Mercati tra Hormuz, inflazione e tassi: quando la geopolitica torna a comandare i prezzi
- 13 mag
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Un weekend in cui il rischio non si è spento
L’inizio settimana dei mercati finanziari si è aperto con una sensazione precisa: la geopolitica non è più soltanto uno sfondo, ma una variabile che entra direttamente nei prezzi di petrolio, obbligazioni, valute e azioni. Tra venerdì e il weekend, il punto più delicato è arrivato dal Golfo Persico: secondo una valutazione della CIA riportata da Reuters, l’Iran potrebbe resistere a un blocco navale statunitense per circa 4 mesi prima di subire pressioni economiche davvero severe. Per i mercati questo dettaglio è importante, perché riduce l’idea di una capitolazione rapida di Teheran e aumenta il rischio di una crisi prolungata nello Stretto di Hormuz.
Sul fronte diplomatico, l’Iran ha inviato tramite il Pakistan una risposta alla proposta americana, ma Trump l’ha respinta definendola “totalmente inaccettabile”. Il nodo resta sempre lo stesso: Teheran chiede fine della guerra, rimozione del blocco e sblocco degli asset congelati; Washington vuole garanzie molto più dure sul nucleare, compresa la riduzione dell’arricchimento allo 0% e il trasferimento all’estero dello stock di uranio arricchito, stimato intorno a 440 kg al 60%.
Iran, Ucraina e la nuova mappa del rischio politico
La settimana è stata resa ancora più complessa dal messaggio arrivato da Mosca. Putin ha dichiarato che, secondo lui, la guerra in Ucraina “sta arrivando alla fine” e si è detto disponibile a colloqui diretti solo dopo la definizione dei termini di un accordo. Ha anche aperto alla possibilità di discutere nuovi assetti di sicurezza con l’Europa, ma diversi analisti hanno invitato alla cautela: non è ancora una pace, è piuttosto un segnale politico che il mercato interpreta come possibile riduzione di una parte del rischio europeo.
Il problema è che, mentre sull’Ucraina si intravede almeno una narrazione negoziale, sul fronte iraniano la situazione sembra muoversi nella direzione opposta. Martedì Teheran ha minacciato di portare l’arricchimento dell’uranio al 90%, livello considerato weapons-grade, se gli Stati Uniti dovessero riprendere gli attacchi. Nello stesso momento, secondo Euronews, Trump avrebbe discusso con il team di sicurezza nazionale la possibilità di nuovi strike. Per il mercato, questo significa una cosa: il premio al rischio energetico non può ancora essere rimosso dai prezzi.
Cina e Stati Uniti: l’inflazione torna a salire da due lati diversi
Il secondo grande tema dell’inizio settimana è stato il ritorno dell’inflazione. In Cina, i prezzi alla produzione sono cresciuti del 2,8% annuo ad aprile, molto sopra l’1,6% atteso dal consensus Reuters, mentre il CPI è salito dell’1,2%. È un dato importante perché arriva dopo una lunga fase di pressioni deflazionistiche industriali e racconta una Cina che non sta necessariamente ripartendo nei consumi, ma che importa inflazione attraverso energia, metalli e materie prime.
Negli Stati Uniti, il dato CPI di aprile ha confermato il problema: inflazione mensile al +0,6%, inflazione annua al 3,8%, core CPI al 2,8% e componente energia in rialzo del 17,9% su base annua. La benzina, in particolare, è salita del 28,4% in dodici mesi. È qui che il mercato ha cambiato tono: non si tratta più solo di petrolio alto, ma del rischio che il petrolio alto entri nei prezzi al consumo, nei salari reali, nei margini aziendali e quindi nelle decisioni della Fed.
Borse: Wall Street corregge, Europa più fragile
La reazione dell’azionario è stata selettiva. Wall Street non è crollata, ma ha mostrato una rotazione difensiva dopo i massimi recenti. Martedì l’S&P 500 ha chiuso a -0,16%, il Nasdaq a -0,71%, mentre il Dow Jones è riuscito a salire dello 0,11%. Il segnale più interessante è arrivato dai semiconduttori: l’indice PHLX Semiconductor ha perso circa 3%, dopo una fase di forte euforia legata all’intelligenza artificiale.
In Europa il quadro è stato più pesante. Lo STOXX 600 ha chiuso martedì in calo dell’1,01%, penalizzato dal mix tra petrolio, tassi e incertezza geopolitica. È il tipo di seduta in cui il mercato non vende tutto allo stesso modo: soffrono tecnologia, consumi discrezionali e settori sensibili ai tassi, mentre energia e difensivi reggono meglio. Ma il messaggio è chiaro: con inflazione in risalita e banche centrali meno libere di tagliare, le valutazioni elevate diventano più difficili da giustificare.
Petrolio, tassi e valute: il vero centro della settimana
Il cuore della settimana, più che l’azionario, è stato nei tassi e nelle materie prime. Il Brent ha chiuso martedì a 107,77 dollari al barile, in rialzo del 3,42%, mentre il WTI è salito del 4,19% a 102,18 dollari. Il petrolio non sta prezzando solo domanda e offerta, ma la possibilità che Hormuz resti un collo di bottiglia globale ancora per settimane o mesi.
I bond hanno reagito di conseguenza. Il Treasury USA a 10 anni è salito al 4,461%, il trentennale al 5,025%, mentre il rendimento del Bund tedesco a 10 anni si è portato sopra il 3,10%, vicino ai livelli più alti dal 2011. Questo è forse il segnale più importante per i portafogli: il mercato obbligazionario non sta più guardando solo alla crescita, ma soprattutto al rischio che l’inflazione energetica costringa Fed e BCE a restare restrittive più a lungo.
Sul valutario, il dollaro è tornato a rafforzarsi: il dollar index è salito dello 0,35% a 98,31, mentre l’euro è sceso verso 1,1737 dollari. L’oro, pur restando su livelli elevatissimi, ha perso terreno: lo spot è sceso a circa 4.713 dollari l’oncia, perché tassi più alti riducono l’attrattiva di un asset che non paga cedola.
Conclusione: il mercato non ha paura, ma chiede più rendimento
Il messaggio di questo inizio settimana è che i mercati non stanno ancora prezzando una recessione immediata o uno shock sistemico, ma stanno chiedendo un premio più alto per detenere rischio. Azioni vicine ai massimi, petrolio sopra i 100 dollari, Treasury trentennale oltre il 5% e Bund sopra il 3% raccontano un equilibrio più fragile: finché la geopolitica resta aperta e l’inflazione torna a salire, ogni rally azionario dovrà convivere con un mercato obbligazionario molto meno indulgente.