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Hormuz, oro e lavoro USA: tre giorni che cambiano il prezzo del rischio

  • 14 ore fa
  • Tempo di lettura: 4 min

Tra mercoledì 5 e venerdì 7 agosto i mercati finanziari hanno vissuto tre sedute dominate da un equilibrio fragile. Da una parte, la possibilità di una de-escalation tra Stati Uniti e Iran ha ridotto temporaneamente il premio geopolitico sull’energia; dall’altra, lo Stretto di Hormuz è rimasto uno strumento di pressione nelle mani di Teheran. A cambiare definitivamente il tono dei mercati è stato però il mercato del lavoro americano, che venerdì ha riaperto il dibattito sulla prossima mossa della Federal Reserve.


Hormuz: la diplomazia riduce il rischio, ma non lo elimina

Il principale punto di attenzione geopolitico è rimasto lo Stretto di Hormuz. Iran e Oman hanno raggiunto un’intesa preliminare sulle coordinate di una possibile rotta commerciale attraverso lo stretto, mentre una proposta più ampia potrebbe assegnare a Teheran un ruolo nel controllo delle navi in ingresso nel Golfo. Per i mercati si tratterebbe di un passaggio fondamentale, perché la riapertura regolare della navigazione permetterebbe di ridurre uno dei maggiori premi di rischio incorporati nei prezzi energetici.

Il problema è che alla diplomazia continua ad affiancarsi la minaccia di nuove restrizioni. Una commissione del parlamento iraniano ha infatti esaminato una proposta per impedire il transito a navi statunitensi, israeliane o considerate “ostili”. La reazione del petrolio è stata immediata: il Brent è salito del 3,83% a 82,49 dollari al barile, dimostrando quanto il mercato continui a dipendere dalle notizie provenienti dal Golfo.


Il Mar Nero diventa un secondo fronte per le commodity

Mentre l’attenzione degli investitori era concentrata sul Medio Oriente, anche il Mar Nero è tornato a rappresentare un importante fattore di rischio. L’aumento degli attacchi contro navi, porti e terminal energetici russi e ucraini ha iniziato a disturbare contemporaneamente le esportazioni di petrolio, prodotti raffinati e cereali.

Il punto non è soltanto la quantità di merce temporaneamente bloccata, ma il costo crescente necessario per trasportarla. Noli e assicurazioni contro il rischio di guerra sono aumentati sensibilmente, mentre alcuni operatori hanno sospeso nuovi ordini attraverso la regione. Il Mar Nero si aggiunge così a Hormuz e al Mar Rosso nella lista dei colli di bottiglia geopolitici che possono influenzare l’inflazione globale attraverso energia e materie prime.


Oro e argento: geopolitica e Fed spingono nella stessa direzione

Il movimento più evidente si è visto sui metalli preziosi. Nella prima parte del periodo l’oro ha guadagnato oltre il 4%, registrando la maggiore accelerazione giornaliera degli ultimi mesi, mentre l’argento è salito di circa 4,4%. Non è stato semplicemente un movimento difensivo legato alla geopolitica: il calo dei rendimenti obbligazionari e le aspettative di una Federal Reserve meno aggressiva hanno ridotto anche il costo opportunità di detenere metalli che non producono interessi.

La conferma è arrivata venerdì. Dopo il dato sul lavoro americano, l’oro è salito fino a circa 4.336 dollari l’oncia, portando il progresso settimanale oltre il 7%. Il mercato ha quindi combinato due narrative favorevoli allo stesso asset: rischio geopolitico ancora elevato e minori probabilità di nuovi rialzi dei tassi.


Borse sui massimi, ma non tutte allo stesso modo

L’azionario ha mostrato una maggiore selettività. A Wall Street il Dow Jones ha inizialmente guadagnato 0,49%, chiudendo su nuovi massimi, mentre il Nasdaq ha perso 0,83%, penalizzato dalla debolezza di alcuni grandi nomi tecnologici. Il mercato non ha quindi abbandonato il rischio, ma ha iniziato a distinguere maggiormente tra settori e valutazioni.

In Europa la dinamica è stata invece più uniforme. Lo STOXX 600 ha proseguito la propria corsa verso nuovi record e giovedì ha chiuso a 658,19 punti. Anche Francia, Italia e Spagna hanno raggiunto nuovi massimi, sostenute da risultati societari migliori delle attese e dalla possibilità che una soluzione diplomatica in Medio Oriente riduca la pressione sui costi energetici europei.

Venerdì Wall Street ha ricevuto un nuovo impulso: il Nasdaq è salito di circa 1,3% e l’S&P 500 ha aggiornato i massimi. Paradossalmente, la debolezza economica è diventata positiva per le azioni, perché ha allontanato la prospettiva di un ulteriore irrigidimento monetario.


Il lavoro USA cambia le aspettative sulla Fed

I primi segnali erano già comparsi a metà settimana. L’indice ISM dei servizi era rimasto relativamente solido a 54,1, ma il rapporto ADP aveva indicato appena 44.000 nuovi occupati privati, suggerendo che la domanda di lavoro stesse perdendo forza.

Venerdì è arrivata la vera sorpresa: i non-farm payrolls di luglio hanno registrato una perdita di 23.000 posti di lavoro, contro aspettative per un aumento di 80.000. Il dato, insieme alle revisioni negative dei mesi precedenti, ha cambiato rapidamente le aspettative sulla Federal Reserve. La probabilità implicita di un rialzo già a settembre è scesa verso il 44%, trasformando in poche ore la lettura di tutte le principali asset class.

Anche i Treasury hanno reagito. Dopo essere risalito fino al 4,674% sulla spinta del petrolio e dei timori inflazionistici, il rendimento decennale americano è tornato a scendere dopo i payrolls. Sul mercato valutario, il Dollar Index è arretrato verso 99,50, mentre l’euro ha recuperato fino all’area di 1,1568 dollari. Un dollaro più debole ha ulteriormente favorito oro e asset rischiosi.


Due rischi opposti, lo stesso rally

Tra il 5 e il 7 agosto il mercato ha quindi dovuto prezzare contemporaneamente due scenari apparentemente opposti. Una soluzione su Hormuz ridurrebbe il rischio energetico e inflazionistico, favorendo l’azionario; un rallentamento del mercato del lavoro americano riduce invece la pressione sulla Fed, sostenendo Treasury, tecnologia e metalli preziosi.

Per ora questa combinazione ha prodotto un risultato particolare: azioni vicine o sopra i massimi, oro in forte accelerazione e rendimenti obbligazionari in discesa. Non è però un equilibrio necessariamente stabile. Il mercato continua a muoversi tra due variabili capaci di cambiare rapidamente direzione: la geopolitica determina il prezzo dell’energia, mentre i dati macroeconomici determinano il prezzo del denaro. E in questo momento entrambe stanno cambiando contemporaneamente.

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