Fed in frenata, Europa sotto pressione: mercati divisi tra tassi, energia e AI
Tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre i mercati finanziari hanno mostrato due velocità molto diverse. Negli Stati Uniti, dati macroeconomici più morbidi hanno ridotto il timore di un nuovo rialzo immediato dei tassi, permettendo all’azionario di recuperare terreno. In Europa, al contrario, l’accelerazione dell’inflazione, la pressione dell’energia e le tensioni sul debito francese hanno mantenuto elevata la volatilità. Sullo sfondo, il petrolio sopra quota cento dollari e la corsa agli investimenti nell’intelligenza artificiale hanno continuato a spingere mercati e aspettative in direzioni opposte.
La Fed può permettersi di aspettare
Il primo elemento di distensione è arrivato dall’inflazione americana. Il PCE di agosto, uno degli indicatori più osservati dalla Federal Reserve, è cresciuto del 3,4% su base annua, meno del previsto. Il dato resta nettamente superiore all’obiettivo della banca centrale, ma ha ridotto l’urgenza di un nuovo intervento restrittivo già nella riunione di ottobre.
A rafforzare questa lettura è arrivato il rapporto sul mercato del lavoro. A settembre l’economia americana ha creato appena 29.000 posti, contro i 90.000 attesi dagli economisti. Il rallentamento delle assunzioni, accompagnato da una crescita salariale meno preoccupante, ha portato gli investitori a ridimensionare rapidamente le attese di un nuovo rialzo dei Fed Funds. Diversi esponenti della Federal Reserve hanno inoltre sottolineato che rimangono altri dati da analizzare prima della decisione di fine mese, rafforzando l’ipotesi di una pausa nel ciclo restrittivo.
La reazione dell’azionario è stata immediata. Venerdì il Nasdaq ha guadagnato l’1,19%, mentre l’S&P 500 è salito dello 0,73%. A beneficiare maggiormente del cambio di aspettative sono stati i settori growth, particolarmente sensibili al costo del capitale e alla traiettoria futura dei rendimenti obbligazionari.
Europa: l’energia riporta l’inflazione al centro
Dall’altra parte dell’Atlantico la situazione appare più difficile. L’inflazione dell’Eurozona ha accelerato fino al 3,8%, spinta in particolare dai rincari di carburanti, gas naturale e alimentari. Tra le principali economie, l’Italia ha registrato un tasso del 4,1%, mentre in Francia l’inflazione armonizzata è arrivata al 3,4%.
Il problema europeo è soprattutto la natura dello shock. La crescita dei prezzi energetici arriva dall’esterno e colpisce economie fortemente dipendenti dalle importazioni di combustibili. La BCE deve quindi confrontarsi contemporaneamente con un’inflazione nuovamente in accelerazione e con condizioni finanziarie già restrittive, mentre ulteriori rialzi dei tassi aumenterebbero il costo del credito per famiglie, imprese e governi.
Questa combinazione si è riflessa sull’azionario. Giovedì lo STOXX 600 ha perso l’1,3%, scendendo sui minimi da circa tre mesi. La pressione è stata particolarmente evidente sui titoli finanziari, mentre tecnologia e semiconduttori hanno mostrato una maggiore capacità di tenuta grazie alla persistente domanda legata all’intelligenza artificiale.
Francia, obbligazioni ed euro sotto pressione
Il punto più fragile del mercato obbligazionario europeo resta la Francia. Le preoccupazioni sulla traiettoria del deficit, sul debito e sulla capacità di realizzare il consolidamento fiscale previsto dal bilancio hanno spinto verso l’alto il premio richiesto dagli investitori per detenere titoli francesi. Lo spread tra il decennale francese e il Bund tedesco ha raggiunto circa 131 punti base, il livello più elevato dal 2012.
Per la BCE la situazione è delicata. Gli strumenti creati per proteggere la trasmissione della politica monetaria possono essere utilizzati in presenza di movimenti considerati ingiustificati e disordinati, mentre una parte dell’aumento dei rendimenti francesi viene attribuita dal mercato a rischi fiscali effettivi. Un intervento diretto, quindi, non viene considerato automatico.
Le tensioni si sono trasferite anche sul cambio. L’euro è sceso sotto 1,1215 dollari, toccando i livelli più bassi da circa diciassette mesi. Il dollaro continua a beneficiare dei rendimenti statunitensi elevati e della maggiore resilienza dell’economia americana, mentre l’Europa soffre maggiormente il rincaro delle materie prime energetiche.
La debolezza della moneta unica rischia inoltre di amplificare il problema: petrolio, gas e numerose materie prime vengono scambiati in dollari, quindi un euro più debole aumenta ulteriormente il costo delle importazioni.
Petrolio sopra cento dollari
L’energia rimane infatti uno dei principali fattori di instabilità per l’intero mercato. Il contratto Brent di novembre ha chiuso mercoledì a 103,50 dollari al barile, completando un rialzo mensile del 14%. A sostenere le quotazioni sono stati lo stallo nei negoziati tra Stati Uniti e Iran e la persistente tensione sul mercato dei prodotti raffinati.
Per gli investitori, il petrolio agisce ormai contemporaneamente su più variabili: aumenta le aspettative di inflazione, limita la capacità delle banche centrali di allentare la politica monetaria, comprime il reddito disponibile delle famiglie e pesa sui margini delle industrie più energivore. È proprio questo legame tra energia e tassi a rendere il quadro europeo più vulnerabile rispetto a quello statunitense.
L’intelligenza artificiale continua a sostenere Wall Street
In mezzo alle pressioni macroeconomiche, il tema dell’intelligenza artificiale continua però a produrre risultati societari molto forti. Micron ha previsto ricavi trimestrali per 61,5 miliardi di dollari e ha comunicato impegni dei clienti attraverso accordi di fornitura a lungo termine per 32 miliardi. La domanda di memorie ad alte prestazioni necessarie ai data center continua quindi a superare la capacità disponibile.
Anche Hewlett Packard Enterprise ha rafforzato questa narrativa, annunciando un ordine da 1,2 miliardi di dollari da parte di Vultr per server destinati ai carichi di lavoro AI. È un segnale di come la crescita degli investimenti nell’infrastruttura digitale stia continuando nonostante l’aumento del costo del capitale.
Due mercati sempre più divergenti
Le sedute tra mercoledì e venerdì hanno quindi evidenziato una divergenza sempre più netta. Negli Stati Uniti il raffreddamento di inflazione e occupazione consente alla Fed di valutare una pausa, sostenendo soprattutto tecnologia e titoli growth. In Europa, invece, energia, inflazione e tensioni fiscali mantengono alta la pressione su obbligazioni, banche ed euro.
La variabile decisiva resta il costo del capitale. Se la pressione sui rendimenti iniziasse a diminuire, l’azionario potrebbe trovare nuovo spazio; se invece petrolio e inflazione dovessero mantenersi elevati, il margine di manovra delle banche centrali resterebbe limitato. Nel frattempo, l’AI continua a rappresentare la principale forza di crescita capace di controbilanciare un contesto macroeconomico ancora estremamente esigente.