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Petrolio, rendimenti record e AI: i mercati stretti tra guerra e costo del capitale

6 ore fa
Tempo di lettura: 4 min

Tra sabato 26 e martedì 29 settembre, i mercati finanziari sono tornati a muoversi sotto la pressione di un equilibrio sempre più fragile. Il conflitto tra Stati Uniti e Iran ha riportato il petrolio al centro della scena, alimentando le aspettative di inflazione e spingendo nuovamente al rialzo i rendimenti obbligazionari. L’effetto si è propagato dall’energia ai Treasury, dall’azionario ai metalli preziosi, mentre il settore tecnologico ha continuato a trovare nell’intelligenza artificiale un’importante fonte di sostegno.


Hormuz riporta il petrolio al centro dei mercati

Il principale catalizzatore è arrivato nel fine settimana, quando il presidente statunitense Donald Trump ha respinto una proposta iraniana che avrebbe previsto anche la riapertura dello Stretto di Hormuz. Parallelamente sono però rimasti attivi i canali diplomatici, con mediatori qatarioti impegnati in colloqui separati con le due parti. Questa combinazione tra rischio di escalation e tentativi negoziali ha prodotto forti oscillazioni sui prezzi dell’energia.

Il Brent ha superato temporaneamente 107 dollari al barile, prima di ridimensionare il rialzo e chiudere lunedì a 105,28 dollari. Martedì la pressione si è ulteriormente attenuata grazie ai segnali di miglioramento dell’offerta mediorientale.


Un elemento importante è arrivato dall’Arabia Saudita, che ha ripreso i carichi dal porto di Yanbu sul Mar Rosso dopo la riattivazione dell’East-West Pipeline. Insieme all’aumento dei flussi da altri produttori della regione, questo ha portato le esportazioni mediorientali verso circa 12,8 milioni di barili al giorno, offrendo una parziale alternativa alle difficoltà logistiche dello Stretto di Hormuz. Il Brent è così tornato in area 103 dollari, pur restando su livelli molto elevati.

Il mercato continua quindi a trattare il petrolio non soltanto come una materia prima, ma come la principale variabile capace di modificare le aspettative sulla politica monetaria.


Wall Street paga il ritorno dei rendimenti

L’aumento dell’energia ha infatti rafforzato il timore che l’inflazione possa rimanere elevata più a lungo, riducendo ulteriormente lo spazio delle banche centrali per politiche monetarie espansive.

Lunedì Wall Street ha reagito negativamente: l’S&P 500 ha perso 0,8%, il Nasdaq 0,9% e il Dow Jones 0,7%. Il movimento non è stato determinato da un singolo settore, ma dal rapido aumento del tasso di sconto applicato alle valutazioni azionarie.

Il Treasury decennale è salito infatti intorno al 5,25%, sui livelli più elevati dal 2007, mentre il trentennale ha raggiunto circa il 5,57%. Anche il rendimento a due anni, più sensibile alle aspettative sulla Federal Reserve, si è avvicinato al 4,94%.


La dinamica è significativa perché il mercato obbligazionario sembra incorporare un regime di tassi strutturalmente più elevati. Energia costosa, crescita economica ancora robusta e investimenti molto consistenti nell’intelligenza artificiale stanno rendendo più difficile il ritorno verso le condizioni monetarie che hanno caratterizzato gran parte degli anni successivi alla crisi finanziaria.

Martedì il decennale americano ha temporaneamente raggiunto il 5,278%, continuando a esercitare pressione sull’azionario. Anche settori tradizionalmente difensivi hanno sofferto, segnalando come il problema principale non sia più soltanto il rischio geopolitico, ma il livello complessivo del costo del capitale.


Anche l’Europa riscopre il rischio tassi

La tensione non è rimasta confinata agli Stati Uniti. Il rendimento del Bund tedesco a dieci anni è salito intorno al 3,64%, vicino ai massimi dal 2009. In Francia il decennale si è invece portato verso il 4,74%, area che non veniva osservata dalla crisi finanziaria globale.

Per l’Europa la combinazione è particolarmente delicata. Il continente rimane più esposto degli Stati Uniti agli shock energetici importati e deve contemporaneamente confrontarsi con debito pubblico elevato e crescita meno dinamica. Rendimenti più alti significano quindi maggiore costo di rifinanziamento per gli Stati e condizioni finanziarie più restrittive per famiglie e imprese.


A complicare il quadro è arrivata anche la fiducia dei consumatori americani. L’indice del Conference Board è sceso a 81,9 punti, minimo da oltre dodici anni. Il dato suggerisce che, mentre mercati e banche centrali combattono ancora contro l’inflazione, una parte dell’economia reale comincia a percepire più chiaramente l’effetto cumulativo di tassi e prezzi elevati.


Oro sotto pressione, nonostante l’incertezza

Uno degli aspetti più interessanti del periodo è stato il comportamento dei metalli preziosi. Nonostante il rischio geopolitico, l’oro non ha beneficiato pienamente della domanda di beni rifugio. Il rialzo contemporaneo del dollaro e dei rendimenti reali ha prevalso.

Lunedì il metallo ha perso quasi 4%, scendendo fino a circa 4.110 dollari l’oncia, prima di recuperare parte delle perdite martedì. Anche il resto del comparto è rimasto debole: l’argento si è mosso intorno a 60,8 dollari, mentre platino e palladio hanno continuato a risentire della forza dei rendimenti obbligazionari.

Il movimento conferma che, in una fase di tassi molto elevati, anche l’oro deve confrontarsi con un costo opportunità significativo: un Treasury sopra il 5% diventa un concorrente molto più credibile per il capitale globale.


L’intelligenza artificiale resta l’eccezione

All’interno di questo scenario restrittivo, la tecnologia ha continuato però a mostrare una notevole capacità di attrarre capitali.

Il nuovo catalizzatore è stato Anthropic. Le prospettive legate alla futura quotazione della società hanno riacceso l’interesse per l’intera filiera dell’intelligenza artificiale. Le indiscrezioni indicano una possibile valutazione superiore ai 2.000 miliardi di dollari, accompagnata da un piano di investimenti infrastrutturali da circa 518 miliardi.

La reazione è stata immediata: martedì il comparto tecnologico dello STOXX 600 è salito del 2,5%, con particolare forza nei semiconduttori.

Il contrasto riassume bene la fase attuale dei mercati. Da una parte petrolio, inflazione e debito pubblico spingono verso rendimenti sempre più alti e comprimono le valutazioni. Dall’altra, gli investimenti nell’intelligenza artificiale continuano a sostenere crescita, utili e aspettative sul lungo periodo.


Il risultato è un mercato meno uniforme rispetto agli anni precedenti: non basta più distinguere tra azioni e obbligazioni. La vera discriminante sta diventando la capacità delle singole aziende e dei singoli settori di generare crescita sufficiente a compensare un costo del capitale che, almeno per ora, continua a salire.

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