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Fed alza i tassi, l’Europa con meno scorte di gas

13 minuti fa
Tempo di lettura: 4 min

Tra mercoledì e venerdì i mercati hanno attraversato una delle fasi più tese delle ultime settimane. Il filo conduttore è stato il ritorno del rischio inflazione, alimentato da un petrolio ancora sopra i 100 dollari, dalla guerra in Medio Oriente e da una Federal Reserve tornata ad alzare i tassi. Il risultato è stato un rapido riposizionamento tra azioni, obbligazioni, valute e metalli preziosi, con movimenti spesso opposti nell’arco di poche ore.


La Fed cambia di nuovo il quadro

La notizia centrale è arrivata da Washington. La Federal Reserve ha aumentato il costo del denaro di 25 punti base, portando il corridoio dei Fed Funds al 3,75%-4,00%. È stato il primo rialzo dal 2023 e, soprattutto, il messaggio successivo alla decisione ha lasciato intendere che la stretta potrebbe non essere conclusa. Per gli investitori, il punto non è stato tanto il rialzo in sé, largamente atteso, quanto la conferma che la banca centrale considera ancora insufficientemente contenute le pressioni sui prezzi.


La reazione di Wall Street è stata immediata. Il Dow Jones ha perso l’1,21% e l’S&P 500 lo 0,45%, mentre il Nasdaq ha sostanzialmente resistito. Il movimento più importante, però, è arrivato dal mercato obbligazionario: il rendimento del Treasury decennale ha raggiunto il 5%, una soglia psicologica particolarmente rilevante dopo anni in cui il mercato azionario aveva beneficiato di un costo del capitale molto più basso.


Un rendimento governativo di questa entità modifica infatti l’intero equilibrio delle valutazioni. Le obbligazioni tornano a offrire rendimenti nominali elevati senza il rischio tipico dell’azionario, mentre per le imprese aumentano i costi di finanziamento e il valore attuale degli utili futuri diminuisce. È un problema soprattutto per i titoli growth, le cui quotazioni incorporano una parte consistente dei profitti attesi negli anni successivi.


Dollaro forte, oro sotto pressione

Il nuovo orientamento della Fed ha immediatamente sostenuto il dollaro, favorito dall’aumento dei rendimenti statunitensi e dalla prospettiva di una politica monetaria più restrittiva. La dinamica ha avuto conseguenze dirette anche sulle materie prime denominate nella valuta americana, rendendole più costose per gli investitori internazionali.

L’oro rappresenta forse l’esempio più evidente. Prima della decisione della Fed il metallo prezioso era riuscito a superare 4.365 dollari l’oncia, sostenuto dalla domanda di protezione contro il rischio geopolitico. Dopo il rialzo dei tassi, tuttavia, il movimento si è rapidamente invertito e le quotazioni sono scese verso 4.240 dollari.

Il movimento riassume bene il dilemma degli investitori. Da una parte, l’oro continua a beneficiare dell’incertezza internazionale e delle tensioni energetiche; dall’altra, rendimenti reali più elevati aumentano il costo opportunità di detenere un’attività che non produce cedole o interessi. In questa fase, quindi, il metallo prezioso si trova conteso tra due forze contrapposte.


L’Europa si avvicina all’inverno con meno gas

Il secondo grande tema è rimasto l’energia. L’Europa si avvicina alla stagione invernale con scorte di gas insolitamente basse: i depositi dell’Unione Europea risultano pieni per circa il 67%, ben al di sotto dell’obiettivo dell’80% previsto per dicembre. Anche la Germania presenta livelli di stoccaggio eccezionalmente bassi per il periodo.

La fragilità deriva anche dalla riduzione dei flussi di GNL dal Golfo. Il conflitto con l’Iran e le forti limitazioni alla navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz hanno ostacolato le esportazioni provenienti da Qatar ed Emirati Arabi Uniti, rendendo l’Europa più dipendente dai carichi disponibili sul mercato internazionale.

Il rischio, in caso di inverno rigido, non riguarda soltanto le bollette. Un nuovo aumento del gas si trasmetterebbe ai costi dell’industria, alla produzione elettrica e infine all’inflazione, complicando ulteriormente il lavoro della BCE. L’Europa rimane quindi particolarmente vulnerabile a uno shock energetico prolungato, soprattutto rispetto agli Stati Uniti, che dispongono di una struttura energetica più favorevole.


Il rischio geopolitico si allarga alle infrastrutture saudite

Anche se il petrolio ha corretto durante le sedute, il mercato continua a muoversi su livelli molto elevati. Le quotazioni restano prossime alla soglia dei 100 dollari, segnalando che una parte consistente del premio geopolitico non è stata riassorbita.

A rendere la situazione più complessa è stata l’estensione delle tensioni alle infrastrutture energetiche saudite. Gli attacchi attribuiti a gruppi allineati con l’Iran hanno danneggiato la East-West Pipeline, la condotta che attraversa l’Arabia Saudita e permette di portare il greggio verso il Mar Rosso evitando Hormuz. Negli ultimi mesi la pipeline aveva movimentato diversi milioni di barili al giorno, diventando una delle principali valvole di sicurezza del mercato petrolifero globale.

La conseguenza è che il rischio non è più concentrato soltanto nello stretto tra Iran e Oman. Anche le rotte terrestri e il Mar Rosso sono diventati elementi cruciali per la continuità dell’offerta, rendendo più difficile per gli operatori scommettere su una rapida normalizzazione dei prezzi energetici.


Wall Street rimbalza, ma il sollievo resta fragile

Dopo la prima reazione negativa alla Fed, il mercato americano ha mostrato una notevole capacità di recupero. La discesa del petrolio e il temporaneo arretramento dei rendimenti obbligazionari hanno favorito un ritorno degli acquisti, soprattutto sulla tecnologia: il Nasdaq ha guadagnato l’1,69% e l’S&P 500 l’1,14%.

Il rimbalzo non ha però cancellato il problema di fondo. Finché il Treasury decennale continuerà a muoversi intorno a livelli così elevati e il petrolio resterà vicino alle tre cifre, il mercato dovrà confrontarsi con un mix poco favorevole: costo del capitale alto, pressioni inflazionistiche persistenti e minore visibilità sulla traiettoria della politica monetaria.


L’Europa resta l’anello più debole

La fragilità è risultata ancora più evidente sulle borse europee. Venerdì lo STOXX 600 ha perso l’1,1%, con il settore automobilistico in calo di circa il 3,4%. Il profit warning di Volkswagen ha accentuato le vendite, ma il movimento riflette anche una vulnerabilità più ampia dell’economia europea agli effetti combinati di energia costosa, domanda debole e tassi elevati.

Il quadro emerso dai tre giorni mostra quindi mercati meno disposti a ignorare l’inflazione. La Fed ha riportato i tassi al centro della scena, il petrolio continua a trasmettere il rischio geopolitico ai prezzi e l’Europa affronta l’avvicinarsi dell’inverno con margini energetici ridotti.

Il rimbalzo di Wall Street dimostra che la propensione al rischio non è scomparsa, ma resta subordinata soprattutto a due variabili: rendimenti obbligazionari e costo dell’energia. Finché entrambi rimarranno elevati, la volatilità difficilmente potrà essere considerata archiviata.

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