Conflitto USA-Iran, prezzi in crescita e tassi in rialzo
Tra il 9 e l’11 settembre i mercati globali hanno ritrovato un vecchio nemico: lo shock energetico. L’escalation tra Stati Uniti e Iran ha trasformato lo Stretto di Hormuz nel principale punto di fragilità dell’economia mondiale, mentre l’avanzata degli Houthi sul fronte del Mar Rosso ha aggiunto un secondo rischio alle rotte commerciali. Il passaggio dalla geopolitica all’inflazione, dai prezzi dell’energia ai rendimenti obbligazionari e infine alle valutazioni azionarie è stato rapido.
Il petrolio torna a dettare il ritmo
La settimana ha cambiato tono quando Teheran ha dichiarato di aver colpito 10 navi nei pressi di Hormuz dopo l’affondamento di 5 petroliere iraniane da parte statunitense. Per gli investitori il punto centrale non è stato soltanto l’episodio militare, ma la possibilità che il conflitto comprometta più a lungo uno dei corridoi energetici più importanti del pianeta.
Il Brent ha superato nuovamente i 100 dollari al barile, arrivando nel corso del periodo fino a 109,97 dollari. A rendere il quadro ancora più delicato è stata l’avanzata degli Houthi nello Yemen, con il controllo di posizioni strategiche nell’area di Bab el-Mandeb. Se Hormuz è il principale collo di bottiglia per il petrolio del Golfo, Bab el-Mandeb è una delle porte d’accesso al Mar Rosso e al Canale di Suez: l’instabilità simultanea dei due passaggi aumenta il rischio di costi logistici più elevati e nuove pressioni sui prezzi.
Anche le dichiarazioni di Donald Trump hanno irrigidito il sentiment. La possibilità che il conflitto possa protrarsi oltre le elezioni di metà mandato ha ridotto le speranze di una normalizzazione rapida. Il mercato ha quindi iniziato a considerare il rincaro energetico non più come un episodio transitorio, ma come un fattore capace di influenzare inflazione e politica monetaria per mesi.
La BCE risponde allo shock energetico
In Europa la conseguenza più evidente è arrivata dalla Banca Centrale Europea. La BCE ha aumentato i tassi di 25 punti base, portando il tasso sui depositi al 2,50%, nel tentativo di impedire che l’aumento dei prezzi energetici si trasferisca stabilmente al resto dell’economia.
La reazione del mercato obbligazionario è stata immediata. Il rendimento del Bund tedesco decennale ha raggiunto livelli che non si vedevano dal 2011, mentre quello del trentennale francese è salito sui massimi dal 2003. Gli investitori stanno rivalutando l’idea che la fase di normalizzazione monetaria sia conclusa e iniziano a considerare una nuova sequenza di rialzi.
Questa dinamica ha pesato anche sull’euro. In condizioni normali un aumento dei tassi dovrebbe sostenere la valuta, ma questa volta la stretta della BCE è stata letta anche come risposta a un peggioramento dello scenario macroeconomico. Energia più cara e costo del denaro più alto rappresentano infatti una combinazione problematica per un’area fortemente dipendente dalle importazioni energetiche.
Negli Stati Uniti torna il problema inflazione
La stessa tensione si è vista oltre Atlantico. I prezzi alla produzione statunitensi sono aumentati dello 0,4% su base mensile e del 5,4% su base annua in agosto. Il dato più significativo è arrivato dall’energia: il diesel ha registrato un balzo del 24,1% in un solo mese, mostrando quanto rapidamente lo shock petrolifero possa attraversare la catena produttiva.
Dopo i dati sui prezzi, il mercato ha portato intorno all’85% la probabilità di un rialzo della Federal Reserve nella riunione successiva. Il cambio di aspettative ha avuto un effetto diretto sui Treasury: il rendimento del decennale americano ha sfiorato la soglia del 5%, toccando il 4,9915%.
Neppure il Tesoro statunitense è riuscito a invertire il movimento. L’annuncio di un buyback fino a 6 miliardi di dollari sui titoli a lunga scadenza non ha rassicurato gli investitori, preoccupati dalla combinazione tra deficit elevati, grandi volumi di emissione e inflazione persistente. Quando il rendimento privo di rischio si avvicina al 5%, anche le valutazioni azionarie più elevate diventano più difficili da sostenere.
Azionario europeo più fragile, Wall Street sotto pressione
L’effetto combinato di petrolio e tassi si è riflesso rapidamente sulle borse. A Wall Street lo S&P 500 ha perso lo 0,48% nella seduta di mercoledì, con il settore energetico tra i pochi comparti capaci di resistere. Il mercato statunitense resta sostenuto da una crescita relativamente solida e dal tema dell’intelligenza artificiale, ma il rialzo dei rendimenti aumenta il costo opportunità dell’investimento azionario.
La situazione appare più delicata in Europa. Lo STOXX 600 ha ceduto l’1,4% nella fase iniziale dello shock e ha successivamente toccato i minimi di circa due mesi. L’Europa è esposta contemporaneamente all’aumento dei costi energetici e alla risposta restrittiva della BCE: una combinazione che comprime i margini delle imprese, frena consumi e investimenti e rende più difficile sostenere valutazioni elevate.
Materie prime industriali: il rame cambia direzione
Fuori dal comparto energetico, anche il rame ha mostrato forte volatilità. Le indiscrezioni secondo cui la Casa Bianca potrebbe rinviare o ridimensionare nuovi dazi sul rame raffinato hanno provocato un calo superiore al 4% del metallo e vendite sui principali gruppi minerari. Il movimento ricorda quanto le materie prime industriali siano oggi guidate non soltanto dalla domanda globale, ma anche da politica commerciale e sicurezza delle catene di approvvigionamento.
Un mercato dominato dalla trasmissione dello shock
Il filo conduttore di queste sedute è la trasmissione del rischio geopolitico all’intero sistema finanziario. La guerra spinge il petrolio sopra 100 dollari, il petrolio alimenta l’inflazione, l’inflazione costringe le banche centrali a mantenere una politica più restrittiva e i tassi elevati comprimono obbligazioni e azioni.
Per gli investitori il punto centrale non è soltanto capire quanto durerà il conflitto, ma stabilire se il premio energetico diventerà strutturale. Finché Hormuz e Bab el-Mandeb resteranno sotto pressione, il mercato dovrà convivere con una combinazione poco favorevole: energia costosa, rendimenti elevati e crescita più vulnerabile. In questo contesto, la capacità di imprese ed economie di assorbire costi finanziari ed energetici più alti sarà probabilmente il discrimine tra i mercati capaci di resistere e quelli destinati a soffrire maggiormente.