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Mercati tra Hormuz e tassi: il ritorno del rischio geopolitico scuote l’inizio di settembre

  • 14 ore fa
  • Tempo di lettura: 4 min

Dal fine settimana all’avvio di settembre, geopolitica, energia e tassi sono tornati a muoversi insieme. Il nuovo scambio di attacchi tra Stati Uniti e Iran ha riportato il rischio di interruzioni nello Stretto di Hormuz al centro delle valutazioni, mentre il rialzo di petrolio e gas ha riacceso le pressioni inflazionistiche proprio quando Federal Reserve e BCE sembrano orientate verso un ulteriore irrigidimento monetario. Il risultato è stato un mercato più nervoso, con obbligazioni in vendita, azionario sotto pressione e metalli preziosi incapaci, almeno per ora, di svolgere pienamente il ruolo di bene rifugio.


Hormuz torna al centro del mercato energetico

La nuova fase di tensione è iniziata con l’attacco statunitense a due lanciamissili iraniani sull’isola di Larak, seguito dalla risposta di Teheran contro due basi americane in Giordania. Donald Trump ha poi promesso una reazione più dura, aumentando il timore che il confronto possa nuovamente allargarsi.

Il punto più sensibile resta però lo Stretto di Hormuz. Due superpetroliere che trasportavano complessivamente circa 4 milioni di barili di greggio saudita sono state colpite mentre uscivano dal passaggio marittimo. Il mercato ha reagito rapidamente: lunedì il Brent è salito del 2,7% a 90,49 dollari al barile, proseguendo poi sopra quota 90. Il rialzo riflette soprattutto la crescente difficoltà nel garantire continuità ai flussi attraverso uno dei principali colli di bottiglia energetici mondiali.


La pressione non arriva solo dal Golfo. La Russia ha esteso il divieto alle esportazioni di diesel da parte dei produttori nel tentativo di stabilizzare il mercato interno dopo ripetuti attacchi ucraini alle raffinerie. Mosca ha inoltre rivisto al ribasso le previsioni di produzione petrolifera per il 2026 a circa 9,88 milioni di barili al giorno, il livello annuale più basso dal 2009. Intanto nuovi raid russi hanno colpito infrastrutture portuali ed energetiche nella regione di Odesa, aumentando anche il rischio sui flussi di cereali e altre materie prime dal Mar Nero.


Europa: energia più cara, inflazione più alta

Il nuovo shock energetico sta diventando rapidamente un problema monetario. Il gas europeo ha raggiunto i livelli più alti da circa tre anni e mezzo, mentre le difficoltà nelle forniture legate al conflitto in Medio Oriente rendono più complesso ricostituire le scorte in vista dell’inverno.

Ad agosto l’inflazione dell’Eurozona è salita al 3,3%, dal 2,9% di luglio, soprattutto per l’aumento dei costi energetici. Il dato core, però, è sceso al 2,4%, segnalando che per ora il rincaro dell’energia non si è ancora trasformato in una nuova spirale generalizzata dei prezzi. Per la BCE il quadro resta comunque delicato e il mercato considera molto probabile un nuovo rialzo dei tassi a settembre.

L’industria europea, intanto, continua a mostrare una discreta resilienza. Il PMI manifatturiero dell’Eurozona è salito a 52,7, massimo da oltre quattro anni, grazie alla ripresa di ordini ed esportazioni. La combinazione è insolita: economia industriale più robusta, ma energia e inflazione nuovamente in accelerazione. Un contesto che riduce lo spazio per politiche monetarie più accomodanti.


Obbligazioni sotto pressione, Fed più hawkish

Il vero centro della volatilità è stato il mercato obbligazionario. Il rialzo del petrolio ha rafforzato i timori che l’inflazione possa restare elevata più a lungo, mentre i messaggi hawkish arrivati da Jackson Hole hanno consolidato l’idea di nuovi rialzi dei tassi.

Il caso più simbolico è il Giappone: il rendimento del JGB decennale ha raggiunto il 3%, livello che non si vedeva dal 1996. Anche i rendimenti tedeschi e francesi sono saliti verso massimi pluriennali, mentre negli Stati Uniti il mercato ha portato oltre il 65% la probabilità implicita di un rialzo della Fed a settembre. Il movimento segnala un repricing globale del costo del denaro, alimentato contemporaneamente da inflazione, politica fiscale e rischio geopolitico.

L’impatto sull’azionario è stato immediato. Lunedì il Dow Jones ha perso lo 0,70%, l’S&P 500 lo 0,33% e il Nasdaq lo 0,12%. In Europa lo STOXX 600 ha ceduto lo 0,6%, mentre il DAX ha lasciato sul terreno l’1,2%. Il settore energetico ha rappresentato una delle poche aree di sostegno, mentre tecnologia, utilities e titoli più sensibili ai rendimenti hanno sofferto maggiormente.


Cina in chiaroscuro e metalli divisi

Dalla Cina sono arrivati segnali contrastanti. Il PMI manifatturiero ufficiale è migliorato a 49,8, restando comunque in territorio di contrazione. Il sondaggio privato RatingDog/S&P ha invece mostrato un quadro decisamente più positivo, con l’indice salito a 51,5 e un miglioramento di produzione, nuovi ordini ed esportazioni.

Questa divergenza racconta bene la situazione dell’economia cinese: export, alta tecnologia e manifattura avanzata continuano a sostenere l’attività, ma la domanda interna resta fragile. I segnali migliori provenienti dall’industria hanno comunque fornito sostegno ai metalli di produzione come rame, alluminio e zinco, mentre minerale di ferro e acciaio sono rimasti più vulnerabili alla debolezza della domanda domestica.

Anche l’oro ha mostrato un comportamento apparentemente controintuitivo. Nonostante l’escalation geopolitica, martedì il metallo è sceso di oltre il 2%, portandosi verso 4.370 dollari l’oncia. Il rafforzamento del dollaro e l’aumento dei rendimenti reali hanno pesato più della domanda di protezione. In altre parole, la geopolitica ha favorito l’energia, ma non tutti gli asset tradizionalmente considerati rifugio.


Il mercato torna a prezzare il rischio inflazione

Il filo che unisce questi movimenti è la possibilità che lo shock energetico torni a trasformarsi in inflazione proprio mentre le economie sviluppate mostrano ancora una discreta capacità di tenuta. Petrolio sopra i 90 dollari, gas europeo ai massimi pluriennali e rendimenti obbligazionari in rialzo stanno costringendo gli investitori a rivedere l’idea di un rapido ritorno verso politiche monetarie più morbide.

Per l’azionario questo significa valutazioni più difficili da sostenere, soprattutto nei segmenti growth. Per le obbligazioni significa un aumento del premio richiesto dagli investitori. E per le materie prime significa maggiore dispersione: energia sostenuta dalla scarsità e dal rischio geopolitico, metalli industriali legati alle prospettive cinesi e oro frenato dal costo opportunità dei tassi.


L’inizio di settembre è stato quindi caratterizzato non da un singolo shock, ma dalla convergenza di tre forze: geopolitica, inflazione e politica monetaria. Ed è proprio questa combinazione a rendere il mercato più fragile e sensibile alle prossime mosse delle banche centrali.

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