Peggiora la guerra USA-Iran: rendimenti in rialzo e dichiarazioni sull’AI scuotono i mercati
Tra il 12 e il 15 settembre i mercati finanziari hanno affrontato una combinazione particolarmente difficile: escalation geopolitica in Medio Oriente, nuovo shock energetico, aspettative di politica monetaria più restrittiva e una brusca correzione del comparto tecnologico legato all’intelligenza artificiale.
Il risultato è stato un movimento trasversale su quasi tutte le principali asset class. Il petrolio è tornato sopra quota 100 dollari, i rendimenti obbligazionari hanno raggiunto livelli che non si vedevano da anni, il dollaro si è rafforzato e l’azionario globale ha perso terreno, mentre anche oro e metalli industriali hanno risentito dell’aumento dei tassi reali.
Il Medio Oriente torna al centro dei mercati
Il principale elemento di instabilità è arrivato ancora una volta dal Medio Oriente. L’avanzata degli Houthi verso l’isola di Perim ha riportato l’attenzione sullo stretto di Bab el-Mandeb, uno dei passaggi più importanti per il traffico energetico globale.
La situazione si è aggravata con nuovi attacchi alle infrastrutture saudite e con il blocco dell’oleodotto East-West, una delle principali alternative alle rotte che attraversano lo Stretto di Hormuz. In uno scenario di interruzione prolungata, fino al 4% dell’offerta mondiale di petrolio potrebbe essere esposta a rischi logistici.
Il mercato ha reagito rapidamente. Il Brent ha chiuso lunedì a 105,68 dollari al barile, dopo aver guadagnato quasi il 9% nella settimana precedente, per poi superare nuovamente i 108 dollari nella seduta di martedì.
Lo shock energetico non si è limitato al mercato del greggio. Negli Stati Uniti il prezzo medio del diesel ha oltrepassato 6,20 dollari per gallone, segnando un nuovo massimo storico e alimentando immediatamente il timore di una seconda ondata inflazionistica legata ai costi di trasporto e produzione.
Petrolio più caro, tassi più alti
L’aumento dei prezzi energetici ha modificato rapidamente le aspettative sulle banche centrali.
Negli Stati Uniti il mercato ha portato oltre il 90% la probabilità implicita di un rialzo dei Fed Funds di 25 punti base, mostrando quanto velocemente la narrativa sia passata dalla possibilità di una pausa monetaria alla necessità di mantenere una politica più restrittiva.
Il movimento si è riflesso immediatamente sui Treasury. Il rendimento del decennale americano ha superato il 5%, arrivando attorno al 5,03%, un livello che non veniva osservato dal 2007.
Anche l’Europa ha seguito la stessa direzione. Il Bund tedesco a dieci anni ha raggiunto circa il 3,56%, massimo da oltre diciassette anni, mentre il mercato ha iniziato a prezzare una BCE potenzialmente più aggressiva qualora lo shock energetico dovesse trasformarsi in inflazione persistente.
La conseguenza è evidente: con rendimenti obbligazionari così elevati, la valutazione delle attività rischiose diventa più difficile. I titoli growth, in particolare, vengono penalizzati perché gran parte del loro valore dipende da utili attesi molto lontani nel tempo, che vengono scontati a tassi oggi significativamente più alti.
Dollaro forte, oro debole
Il rialzo dei rendimenti ha favorito il dollaro. Il Dollar Index è salito verso 99,6, mentre il cambio USD/JPY ha superato quota 155. L’euro, al contrario, è sceso verso 1,154 dollari.
Questa dinamica ha avuto effetti importanti anche sui metalli preziosi.
Nonostante il contesto geopolitico normalmente favorevole agli asset rifugio, l’oro non è riuscito a beneficiare pienamente delle tensioni internazionali. Il prezzo è sceso fino a circa 4.296 dollari l’oncia, penalizzato dalla combinazione tra dollaro forte e crescita dei rendimenti reali.
Il comportamento dell’oro mostra bene il conflitto che sta attraversando il mercato: da un lato aumenta la domanda di protezione contro guerra e inflazione, dall’altro il costo opportunità di detenere asset che non producono rendimento diventa sempre più elevato.
L’AI diventa un nuovo fattore di rischio
Alla pressione derivante da petrolio e tassi si è aggiunta una correzione particolarmente violenta nel comparto tecnologico.
Le dichiarazioni dei vertici di alcune delle principali società impegnate nello sviluppo dell’intelligenza artificiale, favorevoli a un rallentamento del ritmo di sviluppo per motivi di sicurezza, hanno innescato una revisione delle aspettative sugli investimenti futuri in chip, data center e infrastrutture digitali.
Il Philadelphia Semiconductor Index ha perso circa il 5-6%, trascinando al ribasso l’intero comparto.
Nvidia ha ceduto circa il 3%, AMD il 4,5%, Micron oltre il 5%, mentre ASML ha perso circa il 6%. Ancora più pesante la reazione di SoftBank, scesa di oltre il 10%.
Il movimento evidenzia quanto una parte significativa delle valutazioni di mercato sia oggi concentrata sulla capacità del settore AI di sostenere ritmi di investimento eccezionalmente elevati. Qualunque segnale di rallentamento può quindi produrre correzioni molto rapide, soprattutto dopo mesi di espansione dei multipli.
Rame e materie prime industriali sotto pressione
L’aumento dei tassi e il rafforzamento del dollaro hanno colpito anche i metalli industriali.
Il rame quotato al London Metal Exchange è sceso fino a circa 13.958 dollari per tonnellata, allontanandosi di oltre il 6% dai recenti massimi.
Il movimento riflette più fattori: dollaro forte, aumento delle scorte, rallentamento delle aspettative sulla domanda e condizioni finanziarie più restrittive. Per un metallo strettamente legato al ciclo economico globale, la combinazione tra rendimenti elevati e crescita meno dinamica rappresenta un elemento particolarmente negativo.
Un mercato nuovamente dominato dalla macroeconomia
Le sedute comprese tra il 12 e il 15 settembre hanno mostrato un mercato tornato improvvisamente dipendente dalle variabili macroeconomiche.
La sequenza è chiara: escalation geopolitica, rialzo del petrolio, aumento delle aspettative di inflazione, crescita dei rendimenti obbligazionari e pressione sulle valutazioni azionarie.
A questa catena si è aggiunto il rischio specifico legato all’intelligenza artificiale, che ha accentuato le perdite del settore tecnologico proprio nel momento in cui i tassi stavano tornando a rappresentare il principale ostacolo per i titoli growth.
Per gli investitori la variabile decisiva resta quindi la durata dello shock energetico. Se le tensioni su Hormuz e Bab el-Mandeb dovessero prolungarsi, petrolio e inflazione potrebbero mantenere le banche centrali su una traiettoria più restrittiva. In questo scenario, volatilità e selettività potrebbero rimanere elevate ben oltre l’attuale fase di tensione.