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Mercati tra guerra, petrolio e tecnologia: Europa più in difficoltà rispetto agli Stati Uniti

  • 11 lug
  • Tempo di lettura: 4 min

Tra il 4 e il 10 luglio i mercati finanziari hanno attraversato una settimana a due velocità. Da una parte, la nuova escalation tra Stati Uniti e Iran ha riacceso il premio per il rischio sul petrolio e riportato l’inflazione al centro delle aspettative sui tassi. Dall’altra, la forza dei titoli tecnologici e dei semiconduttori ha permesso a Wall Street di assorbire gran parte dello shock. Il risultato è stato un mercato poco uniforme: azionario americano resiliente, Europa più fragile, rendimenti governativi in rialzo e materie prime divise tra rischio geopolitico e prospettive sull’offerta.


Wall Street regge, l’Europa arretra

Negli Stati Uniti la settimana si è chiusa con un quadro complessivamente positivo. L’S&P 500 ha guadagnato l’1,2% e il Nasdaq l’1,7%, mentre il Dow Jones ha perso lo 0,5%. La differenza è stata determinata ancora una volta dalla composizione settoriale: i titoli legati all’intelligenza artificiale, ai chip e alla spesa dei grandi gruppi tecnologici hanno sostenuto gli indici più esposti alla crescita, compensando il peggioramento del contesto geopolitico.

Il movimento non è stato lineare. Le nuove tensioni in Medio Oriente hanno provocato vendite improvvise, soprattutto nei comparti ciclici e nei titoli più sensibili ai costi energetici, ma gli acquisti sono tornati rapidamente quando il petrolio ha ritracciato e sono riemerse aspettative favorevoli sul settore tecnologico. Wall Street ha quindi mostrato una capacità di recupero superiore rispetto agli altri mercati sviluppati.


In Europa il bilancio è stato più debole. Lo STOXX 600 ha perso l’1,8%, interrompendo una serie di quattro settimane positive. Il continente è apparso più esposto sia al rincaro dell’energia sia alla debolezza del settore tecnologico europeo. A pesare sono state anche le tensioni politiche emerse durante il vertice NATO in Turchia, comprese le minacce commerciali rivolte da Donald Trump alla Spagna. Il mercato europeo ha così perso terreno proprio mentre gli investitori riducevano l’ottimismo su una rapida normalizzazione delle forniture energetiche.


Il petrolio torna al centro del mercato

Il vero baricentro della settimana è stato il petrolio. All’inizio del periodo l’OPEC+ aveva approvato un aumento della produzione di 188.000 barili al giorno da agosto, una decisione che avrebbe dovuto contribuire a riequilibrare l’offerta. L’effetto ribassista è però durato poco, perché la ripresa degli scontri tra Stati Uniti e Iran ha riportato l’attenzione sullo Stretto di Hormuz, uno dei passaggi più importanti per le forniture energetiche mondiali.

Il Brent ha terminato la settimana in rialzo del 5,5%, mentre il WTI ha guadagnato quasi il 4%. L’aumento non è dipeso soltanto dal rischio di minori esportazioni iraniane, ma anche dal timore che nuovi attacchi potessero rallentare il traffico marittimo e ritardare la piena riapertura dello Stretto.

Venerdì i prezzi hanno ceduto parte dei guadagni grazie alle prospettive di nuovi colloqui e alla speranza che l’escalation non si trasformasse in un’interruzione prolungata delle forniture. Tuttavia, il messaggio per i mercati è rimasto chiaro: il rischio geopolitico può tornare rapidamente a trasformarsi in inflazione energetica, con conseguenze che vanno ben oltre il settore petrolifero.


Fed più prudente e rendimenti in aumento

La risalita del greggio ha avuto un effetto immediato anche sul mercato obbligazionario. I verbali della Federal Reserve hanno mostrato una banca centrale più preoccupata per la persistenza dell’inflazione. I tassi sono rimasti nell’intervallo 3,50%-3,75%, ma nove membri su diciotto hanno indicato un livello più elevato entro la fine del 2026.

Il rendimento del Treasury decennale è risalito verso il 4,6%, mentre il mercato ha ridotto ulteriormente le aspettative di tagli e ha iniziato a considerare plausibili nuovi rialzi nel corso dell’anno. Il passaggio è importante: un petrolio più caro non penalizza soltanto consumi e margini aziendali, ma rende anche più difficile per la Fed allentare la politica monetaria.

La pressione sui tassi non è stata limitata agli Stati Uniti. In Giappone il rendimento del decennale ha raggiunto circa il 2,9%, sui massimi da trent’anni, mentre lo yen è rimasto estremamente debole prima di recuperare sul finale di settimana. Il governo giapponese ha ipotizzato di spingere i grandi fondi pensione verso maggiori investimenti domestici, offrendo un sostegno temporaneo alla valuta e al mercato obbligazionario.


Oro debole, metalli industriali più resilienti

L’oro non ha beneficiato dell’aumento del rischio geopolitico. Il metallo ha perso circa l’1,7% nella settimana. Il motivo è stato il prevalere del canale monetario su quello difensivo: petrolio più caro significa maggiori rischi inflazionistici, tassi più elevati e rendimenti reali potenzialmente meno favorevoli per un’attività che non produce cedole.

Più solido il quadro dei metalli industriali. L’alluminio ha chiuso la settimana in rialzo dell’1,8%, nonostante la riapertura di una raffineria negli Emirati abbia ridotto parte dei timori sull’offerta. Il rame ha guadagnato circa l’1%, sostenuto dal calo del 18,3% delle scorte registrate a Shanghai. A rendere il quadro più complesso è stata l’inflazione alla produzione cinese, salita del 4,1% annuo: un dato che segnala pressioni sui costi, ma non necessariamente una domanda interna altrettanto forte.


Una settimana di divergenze

La settimana del 4-10 luglio ha mostrato un mercato capace di convivere con rischi elevati, ma sempre più dipendente da pochi fattori di sostegno. La tecnologia ha protetto Wall Street, mentre Europa, obbligazioni e oro hanno risentito maggiormente della combinazione tra guerra, energia e tassi.


Il petrolio resta il principale canale di trasmissione tra geopolitica e mercati finanziari. Finché lo Stretto di Hormuz rimarrà vulnerabile e la Fed manterrà un’impostazione prudente, ogni nuova escalation potrà riaccendere contemporaneamente inflazione, rendimenti e volatilità. La tenuta degli indici americani non elimina quindi il rischio: mostra soltanto quanto il mercato continui a confidare nella crescita dell’intelligenza artificiale per compensare un quadro macroeconomico ancora fragile.

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