Mercati sospesi tra AI, Hormuz e Cina: l’inizio settimana racconta un mondo in equilibrio instabile
- 2 giu
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La settimana parte con due forze opposte
L’inizio settimana dei mercati finanziari è stato dominato da una tensione molto chiara: da una parte l’ottimismo sull’intelligenza artificiale, dall’altra il rischio geopolitico in Medio Oriente. Wall Street è rimasta sostenuta, con S&P 500 e Nasdaq reduci da 8 chiusure record consecutive, mentre in Europa lo STOXX 600 è salito dello 0,9% a 627,06 punti, trainato dal settore tecnologico in rialzo del 2,6%. STMicroelectronics, in particolare, ha guadagnato il 7,9% fino a 63,9 euro, ai massimi dal 2000, grazie alle attese sulla domanda legata ai data center e all’AI.
A metà seduta americana di martedì, i principali ETF di riferimento confermavano un mercato ancora costruttivo: SPY, proxy dell’S&P 500, era a 759,42 dollari, QQQ, legato al Nasdaq 100, a 745,03 dollari, e DIA, legato al Dow Jones, a 512,63 dollari. Non si tratta di un rally euforico, ma di una resilienza notevole se si considera il contesto: petrolio ancora elevato, tassi lunghi sotto osservazione e nuove tensioni tra Stati Uniti, Iran, Israele e Hezbollah.
Medio Oriente: il rischio resta nel prezzo del petrolio
Il cuore del rischio resta lo Stretto di Hormuz. Secondo Reuters, il conflitto iniziato a fine febbraio ha lasciato Hormuz largamente chiuso al traffico marittimo, con un impatto potenziale su circa un quinto dei flussi globali di petrolio e GNL. L’Iran sta valutando una proposta statunitense per fermare la guerra, ma le comunicazioni con Washington si sarebbero interrotte per alcuni giorni, anche a causa dell’offensiva israeliana in Libano contro Hezbollah.
Nel fine settimana e nelle prime ore della settimana, lo scambio di attacchi tra Stati Uniti e Iran ha riacceso la paura di una nuova escalation. Gli Stati Uniti hanno colpito siti radar e di controllo droni in Iran dopo l’abbattimento di un drone americano; Teheran ha poi dichiarato di aver preso di mira soldati statunitensi in Kuwait con missili, che Washington afferma di aver intercettato. Sul bilancio dei feriti le ricostruzioni non sono perfettamente uniformi: alcune fonti parlano di 7 feriti lievi, tra militari e contractor, rientrati in servizio entro 24 ore, mentre altre ricostruzioni avevano inizialmente indicato circa 5 feriti.
La variabile più delicata, però, è il Libano. Netanyahu ha ordinato attacchi contro i sobborghi meridionali di Beirut controllati da Hezbollah, salvo poi fermarsi dopo l’intervento di Trump; Israele ha però continuato a colpire il Libano meridionale. Reuters riporta oltre 1,2 milioni di sfollati e più di 3.400 morti in Libano dall’inizio della nuova fase del conflitto. Per Teheran, la questione libanese è ormai parte del negoziato complessivo con Washington: se Israele prosegue, l’Iran minaccia di far saltare i colloqui e irrigidire ulteriormente la posizione su Hormuz.
Petrolio e oro: il mercato compra protezione, ma non panico
Il petrolio resta il barometro più sensibile. Martedì il Brent era intorno a 95,15 dollari al barile e il WTI a 92,21 dollari, dopo aver perso oltre 2 dollari nelle prime fasi di seduta e poi recuperato. Il messaggio è chiaro: ogni spiraglio diplomatico raffredda i prezzi, ma ogni minaccia su Hormuz li riaccende. Reuters segnala anche una possibile riduzione delle scorte USA di 3,6 milioni di barili nella settimana chiusa il 29 maggio: se confermata, sarebbe la sesta settimana consecutiva di prelievi.
Sul lato dell’offerta energetica, l’Iran ha ripristinato la produzione di gas in 3 piattaforme offshore del giacimento South Pars, dopo lo stop legato ai danni subiti da impianti di trattamento a terra. È una notizia importante perché mostra che Teheran sta cercando di proteggere la propria capacità produttiva, anche mentre alcune infrastrutture restano vulnerabili o in fase di ricostruzione.
L’oro, intanto, continua a comportarsi da asset di assicurazione. Reuters segnala un rialzo di circa 1% fino a 4.527 dollari l’oncia, favorito da un dollaro più debole e da rendimenti obbligazionari in calo. Non è solo paura: è anche domanda strutturale di protezione in un mondo in cui il rischio geopolitico è diventato un input permanente nei portafogli.
Cina: la fabbrica del mondo rallenta sul lato della domanda
Fuori dal Medio Oriente, il dato più importante del weekend è arrivato dalla Cina. Il PMI manifatturiero ufficiale è sceso a 50,0 da 50,3, esattamente sulla soglia che separa espansione e contrazione. Ancora più interessante il dettaglio: i nuovi ordini esteri sono scesi a 48,6, segnalando contrazione della domanda internazionale, mentre l’indice dei prezzi delle materie prime è rimasto alto a 60,5. In altre parole, le fabbriche cinesi non sono ferme perché manca capacità produttiva, ma perché domanda debole e costi elevati comprimono margini e fiducia.
Il dato privato RatingDog/S&P Global è stato migliore, con PMI a 51,8, ma anche lì emerge un rallentamento rispetto al mese precedente e una contrazione dei nuovi ordini esteri. Questo è un segnale da non sottovalutare: se il petrolio resta alto e la domanda globale rallenta, la Cina rischia di trovarsi stretta tra margini industriali più bassi e minore spinta dalle esportazioni.
Tassi e valute: sollievo sui bond, yen sotto pressione
I Treasury americani hanno trovato un po’ di respiro: il rendimento a 10 anni è sceso al 4,433%, mentre il 30 anni è calato al 4,953%. È un movimento coerente con il calo temporaneo del petrolio e con la speranza di un accordo USA-Iran, ma non cambia il quadro di fondo: finché l’energia resta elevata, le banche centrali non possono abbassare troppo la guardia sull’inflazione.
Sul mercato valutario, il dollaro si è leggermente indebolito, mentre lo yen resta vicino alla soglia psicologica di 160 contro dollaro, livello che in passato ha aumentato l’attenzione su possibili interventi giapponesi. È un dettaglio tecnico, ma racconta bene il momento: i mercati azionari guardano all’AI, le materie prime guardano a Hormuz, le valute guardano ai tassi reali.
Conclusione
Questo inizio settimana non racconta un mercato tranquillo, ma un mercato che sta scegliendo di convivere con il rischio. L’azionario sale perché l’AI continua a offrire una storia di crescita potente. Il petrolio resta alto perché Hormuz non è tornato alla normalità. L’oro tiene perché gli investitori vogliono protezione. La Cina rallenta perché la domanda globale non è più così solida.
La vera domanda per le prossime sedute non è se i mercati siano ottimisti o pessimisti. È più sottile: quanto rischio geopolitico sono disposti ancora ad assorbire prima di chiedere rendimenti più alti, premi al rischio più larghi e prezzi energetici più difensivi.