Mercati in sollievo: tre giorni in cui la geopolitica ha contato più dei dati
- 18 apr
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Mercoledì: pressione massima sull’Iran, ma Wall Street guarda oltre
Mercoledì il mercato ha iniziato a prezzare uno scenario preciso: gli Stati Uniti hanno aumentato la pressione su Teheran interrompendone di fatto il commercio marittimo, ma la Casa Bianca ha continuato a far filtrare ottimismo su nuovi colloqui. Trump ha detto che la guerra era “vicina alla fine”, mentre Reuters riportava un possibile ritorno ai negoziati in Pakistan già nel weekend. Il risultato è stato un mercato meno spaventato del previsto: l’S&P 500 è salito dello 0,80% a 7.022,95 punti, il Nasdaq dell’1,60% a 24.016,02, mentre il Dow Jones ha perso solo lo 0,15% a 48.463,72. Anche il petrolio, pur restando elevato, ha smesso di correre come nei giorni peggiori, con Brent attorno a 96 dollari e WTI vicino a 92.
L’Asia e i mercati globali tornano a respirare
L’ottimismo non è rimasto a Wall Street. Tra la notte di mercoledì e la mattina di giovedì le Borse asiatiche hanno seguito il rimbalzo americano: l’MSCI Asia-Pacifico ex Giappone è avanzato dell’1,2%, il Nikkei del 2,2% ha toccato un nuovo massimo e l’MSCI All-Country World è salito dello 0,3% su un record. In parallelo, il dollaro ha continuato a perdere parte del premio rifugio accumulato nelle settimane di guerra. Il messaggio era semplice: i mercati non stavano dicendo che il conflitto fosse risolto, ma che il rischio di un’escalation fuori controllo stava diminuendo.
Giovedì: tregua tra Libano e Israele, ma l’economia resta incerta
Giovedì l’ottimismo ha trovato un evento concreto: l’entrata in vigore di un cessate il fuoco di 10 giorni tra Libano e Israele. Trump ha anche detto che un nuovo incontro tra Stati Uniti e Iran poteva svolgersi nel weekend. L’azionario americano ha reagito ancora bene, ma con più prudenza: il Dow Jones è salito dello 0,24% a 48.578,72 punti, l’S&P 500 dello 0,26% a 7.041,28 e il Nasdaq dello 0,36% a 24.102,70, con il listino tecnologico alla dodicesima seduta positiva consecutiva. Però sotto la superficie il quadro macro era meno brillante: la produzione manifatturiera americana di marzo è scesa dello 0,1% contro attese di +0,1%, la produzione industriale complessiva è calata dello 0,5% e quella di auto del 3,7%. In pratica, il mercato stava festeggiando la geopolitica mentre l’economia reale continuava a mandare segnali misti.
Le storie societarie che hanno accompagnato il rally
Anche le notizie aziendali hanno aiutato a definire il tono delle sedute. Stellantis ha comunicato consegne del primo trimestre in crescita del 12% a circa 1,4 milioni di veicoli, con Nord America a +17% e Europa allargata a +12%: un dato che rafforza l’idea di un recupero commerciale del gruppo. Sul fronte opposto, Netflix è diventata uno dei pochi veri punti deboli del venerdì: il titolo è sceso di oltre il 10% dopo una guidance prudente e l’annuncio dell’uscita del cofondatore Reed Hastings; se il calo fosse stato confermato in chiusura, la perdita di valore superava i 44 miliardi di dollari. Diverso invece il clima intorno a Starlink: Reuters ha riportato che nel primo trimestre download dell’app e utenti attivi mensili sono più che raddoppiati, con 1,2 milioni di download negli Stati Uniti, base utenti oltre 10 milioni da febbraio e una SpaceX valutata attorno a 1,75 trilioni di dollari in vista della quotazione.
Venerdì: Hormuz riapre, petrolio giù, Wall Street al massimo
Il vero spartiacque è arrivato venerdì, quando il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi ha dichiarato “completamente aperto” il passaggio commerciale nello Stretto di Hormuz durante la tregua. A quel punto il mercato ha ricalcolato tutto in poche ore: meno rischio sulla logistica energetica, meno pressione sull’inflazione e quindi più spazio per l’azionario. Il Brent ha chiuso a 90,38 dollari con un calo del 9%, il WTI a 83,85 con un tonfo dell’11,45%. Intanto il Treasury decennale USA è sceso al 4,246% e il biennale al 3,7%, mentre il dollar index è calato a 98,19 dopo aver toccato 97,632, minimo di sette settimane. Sul lato azionario, il Dow è balzato dell’1,79% a 49.447,43 punti, l’S&P 500 dell’1,20% a 7.126,06 e il Nasdaq dell’1,52% a 24.468,48, tutti sui massimi, con il Nasdaq alla tredicesima seduta consecutiva di rialzo.
I settori che spiegano meglio la settimana
Quando il petrolio crolla in una sola seduta, si vede subito chi vince e chi perde. Venerdì le compagnie aeree e il comparto viaggi sono stati tra i principali beneficiari: United Airlines ha guadagnato il 7%, Royal Caribbean il 7,3% e Carnival il 7%. Al contrario, l’energia è diventata il principale freno dell’S&P 500: Exxon ha perso il 3,6%, Chevron il 2,2% e il settore energetico ha chiuso in calo del 2,9%.
Perché il mercato ha creduto così in fretta alla tregua
Un ultimo dettaglio aiuta a capire il tono di queste tre sedute. Venerdì Francia e Regno Unito hanno guidato a Parigi una riunione di 49 Paesi per preparare una possibile missione difensiva multinazionale sullo Stretto di Hormuz, e Keir Starmer ha detto che più di una dozzina di Paesi sono pronti a contribuire con propri asset. Questo non significa che la crisi sia chiusa. Significa però che, per la prima volta dopo settimane, la finanza ha iniziato a vedere non solo una tregua, ma anche una possibile architettura per gestire il dopo. Ed è per questo che tra mercoledì e venerdì i mercati hanno reagito così: petrolio giù, tassi giù, dollaro più debole e azioni sui massimi storici.