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Tra il petrolio e i chip: il rischio cambia volto

  • 3 giorni fa
  • Tempo di lettura: 4 min

Tra sabato 25 e martedì 28 luglio, i mercati hanno vissuto una rotazione improvvisa del rischio. La sospensione degli attacchi statunitensi contro l’Iran ha ridimensionato il premio geopolitico sul petrolio, ma il sollievo energetico è stato presto oscurato dalla vendita globale dei semiconduttori. L’attenzione si è così spostata dal possibile blocco delle rotte del Golfo alla sostenibilità economica del boom dell’intelligenza artificiale.


Il petrolio scende, ma Hormuz resta il centro della partita

La decisione americana di interrompere una sequenza di 13 notti di bombardamenti ha aperto uno spazio per la diplomazia, pur lasciando in vigore il blocco navale contro l’Iran. Teheran ha segnalato che avrebbe sospeso le proprie azioni finché Washington avesse mantenuto la pausa, modificando rapidamente le aspettative degli operatori.

La reazione più netta si è vista sul greggio. Dopo aver superato i 100 dollari nella settimana precedente, il Brent ha perso quasi il 9% lunedì e martedì è sceso ancora verso 86,70 dollari al barile. Il WTI si è portato poco sopra 81 dollari. Il movimento ha attenuato il timore di una nuova fiammata inflazionistica, senza cancellare i rischi concreti sulle forniture.

L’Oman ha presentato all’Iran un progetto sostenuto dagli Stati del Golfo per una gestione condivisa dello Stretto di Hormuz, con contributi volontari per le compagnie di navigazione. Prima della guerra, da quel passaggio transitava circa un quinto dell’offerta petrolifera mondiale. I flussi restano però ridotti e il mercato sta prezzando soprattutto una possibile soluzione diplomatica, non ancora una vera normalizzazione del traffico.

La tensione si è inoltre estesa al Mar Rosso. Gli Houthi hanno colpito infrastrutture saudite, costringendo Saudi Aramco a fermare la raffineria di Jizan, capace di lavorare 400.000 barili al giorno. Un nuovo attacco ucraino ha interessato anche le infrastrutture energetiche russe di Yaroslavl, dove la capacità di raffinazione è vicina a 300.000 barili giornalieri. Il calo del greggio convive quindi con una rete logistica ancora vulnerabile.


Dalla crisi energetica alla vendita dei semiconduttori

Il sollievo prodotto dal petrolio non è riuscito a sostenere l’intero comparto azionario. Lunedì Wall Street aveva chiuso in modo misto, con il Dow Jones in rialzo dello 0,51%, lo S&P 500 quasi invariato e il Nasdaq leggermente negativo. Martedì la pressione si è concentrata sulla tecnologia: il Nasdaq ha perso circa l’1,4% durante la seduta e l’indice MSCI mondiale è sceso ai minimi da un mese.

L’epicentro della correzione è stato la Corea del Sud. Il KOSPI ha ceduto oltre il 10%, facendo scattare un blocco temporaneo degli scambi, mentre Samsung Electronics e SK Hynix hanno registrato ribassi a doppia cifra. Le due società avevano assunto un peso enorme nell’indice grazie alla corsa delle memorie per l’intelligenza artificiale; proprio questa concentrazione ha amplificato la discesa.

A indebolire la narrativa occidentale sull’AI sono state anche le notizie dalla Cina. Pechino avrebbe avviato la produzione di macchinari domestici per la litografia a immersione DUV, tecnologia finora dominata da imprese straniere. Il debutto in Borsa del produttore cinese di memorie CXMT ha inoltre rafforzato l’idea che la concorrenza possa aumentare più rapidamente del previsto.

Gli investitori stanno iniziando a chiedersi se le spese per data center, chip e infrastrutture possano generare rendimenti sufficienti a giustificare valutazioni elevate e un crescente ricorso al debito. Il ribasso dei semiconduttori segnala quindi un mercato meno disposto ad accettare la crescita futura come unica garanzia.


L’Europa trova sostegno negli utili e nella Germania

In Europa la reazione è stata più composta. Lo STOXX 600 è avanzato dello 0,3%, sostenuto dai risultati di alcuni grandi gruppi dei consumi e dell’automotive. Il rialzo di Unilever e Mercedes-Benz ha compensato la debolezza della tecnologia, delle banche e del comparto energetico, penalizzato dalla discesa del petrolio.

Un segnale incoraggiante è arrivato anche dalla Germania. L’indice Ifo sulla fiducia delle imprese è salito a 86,6, massimo da febbraio e terzo incremento mensile consecutivo. Il dato indica minore pessimismo e aspettative più favorevoli verso gli investimenti infrastrutturali, ma non elimina la fragilità dell’industria europea, ancora sensibile ai costi dell’energia.

Negli Stati Uniti, invece, la fiducia dei consumatori del Conference Board è scesa a 90,8, contro aspettative di miglioramento. Le famiglie continuano a percepire debolezza nel mercato del lavoro e maggiore incertezza economica. Il contrasto tra il dato statunitense e quello tedesco ha reso meno uniforme la lettura della crescita globale.


Tassi, valute e metalli sotto l’ombra della Fed

Il mercato obbligazionario ha reagito con maggiore prudenza rispetto al greggio. Il rendimento del Treasury decennale è sceso verso il 4,61%, ma è rimasto vicino ai massimi recenti. Gli operatori attribuivano circa il 32% di probabilità a un rialzo della Federal Reserve nella riunione di mercoledì: il calo del petrolio ha ridotto il rischio inflazionistico, senza cancellarlo.

Il dollaro è rimasto vicino ai massimi di cinque settimane. L’euro ha oscillato intorno a 1,137 dollari, mentre il cambio dollaro-yen si è mantenuto vicino a 164, una zona che continua ad alimentare ipotesi di intervento da parte delle autorità giapponesi.

La forza del biglietto verde e le attese sui tassi hanno frenato anche le materie prime. L’oro è sceso verso 4.045 dollari l’oncia, l’argento ha perso quasi il 2% e il rame è arretrato a circa 13.664 dollari per tonnellata. I metalli hanno riflesso un equilibrio complesso: minore domanda di beni rifugio, costo del denaro elevato e dubbi sulla crescita industriale.


Il mercato cambia il proprio nemico

Nel giro di pochi giorni, il centro della volatilità si è spostato. La minaccia immediata non è più soltanto il petrolio sopra 100 dollari o la chiusura di Hormuz, ma la possibilità che il ciclo dell’intelligenza artificiale abbia corso più velocemente degli utili e delle capacità reali di finanziamento. Il calo dell’energia offre sollievo a consumatori e banche centrali, ma non basta a sostenere mercati nei quali tecnologia, tassi e geopolitica sono ormai parti dello stesso equilibrio instabile.

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