Petrolio sopra i 90 dollari: i mercati tra Hormuz, Bab el-Mandeb, tassi e ritorno della tecnologia
Tra sabato 18 e martedì 21 luglio i mercati finanziari hanno dovuto assimilare un nuovo aumento del rischio geopolitico, concentrato sulle principali vie marittime dell’energia mediorientale. La riduzione dei transiti nello Stretto di Hormuz e la minaccia degli Houthi contro Bab el-Mandeb hanno trasformato il petrolio nel principale indicatore della propensione al rischio, condizionando azioni, obbligazioni, metalli e valute.
Il doppio rischio sulle rotte del petrolio
Il primo elemento di tensione è rimasto Hormuz, attraverso il quale, prima della guerra, transitava circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiale. Gli attacchi alle petroliere e la riduzione del traffico hanno confermato che il mercato non sta più valutando soltanto un rischio teorico, ma una capacità di esportazione concretamente più fragile.
A questa minaccia si è aggiunta quella sul Mar Rosso. Gli Houthi hanno annunciato un blocco navale contro l’Arabia Saudita, inducendo due petroliere cariche di greggio saudita e dirette verso l’Asia a invertire la rotta. Un’interruzione di Bab el-Mandeb colpirebbe soprattutto i flussi provenienti dal porto saudita di Yanbu: oltre 3 milioni di barili al giorno potrebbero essere costretti a circumnavigare l’Africa, con ritardi vicini a un mese. In uno scenario di chiusura prolungata, alcune stime indicano un possibile ritorno del greggio nell’area di 115-120 dollari, con effetti anche su noli, assicurazioni, diesel e carburante per l’aviazione.
Il Brent torna al centro del quadro macroeconomico
Lunedì il Brent ha chiuso a 89,22 dollari al barile, dopo aver superato quota 91 durante la seduta. Martedì è tornato a 91,34 dollari, mentre il WTI ha raggiunto 85,03 dollari. La dinamica non riflette soltanto il greggio potenzialmente indisponibile, ma anche la crescente difficoltà nel trasportarlo verso i centri di raffinazione.
Il petrolio più caro ha riaperto immediatamente il tema dell’inflazione. Il rendimento del Treasury statunitense decennale è salito al 4,598%, mentre i mercati hanno ricominciato a scontare almeno un rialzo dei tassi della Federal Reserve entro fine anno. Il risultato è stato un rafforzamento del dollaro e una pressione sugli asset più sensibili al costo del capitale.
Wall Street ha quindi iniziato la settimana con prudenza: il Dow Jones ha perso lo 0,59%, l’S&P 500 lo 0,19% e il Nasdaq lo 0,05%. Il calo è stato contenuto, ma ha mostrato come il costo dell’energia sia tornato a competere con gli utili societari e con l’intelligenza artificiale nella determinazione delle aspettative. Anche lo STOXX 600 europeo ha terminato la seduta di lunedì in flessione, risentendo dello stesso intreccio fra energia, inflazione e tassi.
L’Asia rimbalza, ma il test tecnologico resta aperto
Martedì il quadro azionario è migliorato grazie al recupero dei semiconduttori. Il Nikkei giapponese è avanzato del 3,26% e il Topix del 2,44%, recuperando parte delle perdite della settimana precedente. Il movimento ha seguito il rimbalzo del comparto tecnologico sudcoreano ed è stato alimentato dalla ricerca di occasioni dopo la brusca correzione dei titoli legati all’intelligenza artificiale.
Il recupero non cancella però i dubbi sulle valutazioni. Il settore dei semiconduttori statunitensi era entrato in bear market dopo una discesa superiore al 20% dai massimi di fine giugno. L’attenzione si è quindi spostata sui risultati delle grandi società tecnologiche: il mercato vuole capire se la crescita degli utili possa ancora giustificare gli investimenti eccezionali destinati all’AI.
Il rimbalzo asiatico suggerisce quindi che la disponibilità degli investitori a comprare le correzioni non è scomparsa. Rimane tuttavia condizionata alla stabilizzazione del petrolio e dei rendimenti: una nuova accelerazione del costo dell’energia potrebbe infatti colpire nuovamente i titoli growth, particolarmente sensibili all’aumento dei tassi di attualizzazione.
Oro e rame raccontano due mercati differenti
L’oro ha mostrato una reazione meno lineare rispetto alle tradizionali fasi di avversione al rischio. Lunedì è sceso verso 4.008 dollari l’oncia, penalizzato dall’aumento dei rendimenti e dal dollaro più forte. Il rincaro del petrolio, pur aumentando il rischio inflazionistico, ha rafforzato le aspettative di tassi elevati più a lungo, riducendo l’attrattiva di un’attività priva di cedola.
Martedì il metallo prezioso ha recuperato l’1,7%, portandosi a 4.077 dollari, sostenuto dalle ipotesi di una tregua temporanea tra Stati Uniti e Iran e dagli acquisti tecnici. Il movimento conferma che l’oro oscilla tra due forze opposte: la domanda di protezione geopolitica e il costo opportunità imposto da rendimenti elevati.
Il rame è stato invece sostenuto da fattori industriali. Il contratto di riferimento al London Metal Exchange è salito a 13.633 dollari per tonnellata, grazie alle importazioni cinesi di rame raffinato sui massimi da nove mesi. Le scorte monitorate a Shanghai sono diminuite di oltre l’80% da metà marzo e quelle nei magazzini LME del 24% dalla fine di maggio. Domanda cinese, manutenzioni nelle fonderie e disponibilità ridotta hanno così prevalso sui timori di rallentamento globale.
Regno Unito e Canada aggiungono rischio politico
Nel Regno Unito, l’arrivo di Andy Burnham a Downing Street ha reso più nervoso il mercato obbligazionario. Le promesse di maggiore flessibilità fiscale hanno spinto il rendimento del gilt decennale al 5,04% e quello trentennale al 5,75%. La sterlina è scesa a circa 1,343 dollari, recuperando soltanto parzialmente dopo la nomina di John Healey alle Finanze. Con debito elevato, inflazione sopra l’obiettivo e costi energetici in aumento, gli investitori chiedono coperture credibili per ogni ampliamento della spesa pubblica.
Negli Stati Uniti, infine, l’annuncio di dazi del 50% su circa 20 miliardi di dollari di importazioni canadesi ha riaperto il fronte commerciale. Le misure colpiscono beni di consumo e materiali industriali, pur escludendo energia e minerali critici. Il provvedimento ha indebolito il dollaro canadese e aumentato il rischio che inflazione geopolitica e inflazione commerciale finiscano per alimentarsi reciprocamente.
Un mercato dominato dal costo dell’energia
Nel complesso, il periodo ha mostrato un mercato ancora capace di recuperare, soprattutto nei settori tecnologici più colpiti, ma sempre più dipendente dall’evoluzione del petrolio. Finché Hormuz e Bab el-Mandeb resteranno sotto minaccia, rendimenti, dollaro e aspettative sui tassi continueranno a reagire rapidamente a ogni notizia diplomatica o militare.
Il vero interrogativo non riguarda soltanto quanto greggio possa mancare, ma per quanto tempo l’economia globale possa sopportare energia più cara, rotte più lunghe e una politica monetaria meno accomodante. Il rimbalzo delle Borse asiatiche e dei semiconduttori dimostra che il capitale è ancora disposto ad assumere rischio, ma il ritorno del Brent sopra i 90 dollari ricorda che, in questa fase, è ancora la geopolitica dell’energia a dettare il ritmo dei mercati.