Mercati tra sospensione degli attacchi USA, crescita in America ed Europa e rallentamento cinese
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Tra sabato 1 e martedì 4 agosto, i mercati hanno vissuto una sequenza emblematica: il rischio geopolitico è rimasto elevato, ma gli investitori hanno reagito soprattutto alla possibilità che la crisi tra Stati Uniti e Iran entrasse in una fase negoziale. Il risultato è stato un rapido trasferimento di capitale dal petrolio verso azioni, metalli e attività sensibili ai tassi, mentre il traffico nello Stretto di Hormuz continuava a mostrare quanto la normalizzazione fosse ancora lontana.
Il paradosso OPEC+: più quote, ma pochi barili
Il fine settimana si è aperto con la decisione dell’OPEC+ di aumentare da settembre le quote produttive di 188.000 barili al giorno, completando il ritiro dei tagli volontari da 1,65 milioni di barili introdotti nel 2023. In condizioni normali, una simile scelta avrebbe rappresentato un segnale ribassista per il greggio. Questa volta, però, il mercato ha letto l’annuncio con cautela: diversi produttori possono formalmente estrarre più petrolio, ma non necessariamente esportarlo.
Il collo di bottiglia resta Hormuz. Lunedì soltanto sei navi commerciali, tra petroliere e portarinfuse, hanno attraversato lo stretto, tutte lungo la rotta iraniana. È una fotografia incompatibile con un mercato energetico normalizzato. L’aumento OPEC+ rischia quindi di restare almeno in parte teorico finché assicuratori, armatori e operatori logistici non considereranno nuovamente sicura la regione.
Diplomazia incerta, petrolio in caduta
Il cambio di tono è arrivato quando Washington ha sospeso nuovi attacchi e rilanciato l’ipotesi di colloqui. Lunedì il Brent ha perso il 7%, scendendo a 83,77 dollari al barile, mentre il WTI è arretrato del 5,1%. Non si è trattato soltanto di una correzione tecnica: il mercato ha rapidamente ridotto il premio geopolitico incorporato nelle quotazioni.
La distensione, tuttavia, è rimasta fragile. Teheran ha negato l’esistenza di negoziati diretti con gli Stati Uniti, precisando che le sole discussioni in corso riguardavano l’Oman e la gestione temporanea dello stretto. Questa contraddizione ha impedito agli operatori di considerare chiusa la crisi. Il petrolio è quindi rimasto estremamente sensibile alle dichiarazioni politiche: ogni apertura diplomatica ha ridotto i prezzi, mentre ogni smentita ha ricordato che l’offerta fisica continua a essere vulnerabile.
Wall Street compra la distensione
Il calo del greggio ha avuto un impatto immediato sull’azionario, perché ha attenuato i timori di una nuova accelerazione dell’inflazione e di una Federal Reserve più aggressiva. Lunedì il Dow Jones è salito dell’1,32%, l’S&P 500 dell’1,48% e il Nasdaq del 2,13%. Il Dow ha chiuso a un nuovo massimo, mentre il comparto tecnologico ha beneficiato sia della discesa dei rendimenti sia della solidità degli utili societari.
La stagione delle trimestrali ha rafforzato il movimento: oltre l’85% delle società dell’S&P 500 che avevano pubblicato i risultati aveva superato le attese. Martedì, durante la seduta americana, S&P 500 e Dow hanno aggiornato i massimi intraday, sostenuti dalle prospettive legate all’intelligenza artificiale e dalla convinzione che le grandi aziende possano continuare a crescere anche in presenza di tassi elevati.
Anche l’Europa ha seguito il movimento. Lo STOXX 600 ha chiuso martedì al record di 656,86 punti, con un rialzo dello 0,7%. Più significativo del dato generale è stato il movimento interno: energia in calo insieme al greggio, tecnologia e minerari in accelerazione. L’Asia è rimasta più prudente, con l’indice MSCI dell’area escluso il Giappone in flessione dello 0,5%, penalizzato dal rallentamento cinese e dalle tensioni sul mercato obbligazionario nipponico.
Stati Uniti forti, Cina più fragile
A sostenere Wall Street è arrivato anche il miglioramento dell’industria americana. L’indice ISM manifatturiero di luglio è salito a 55,6, il livello più alto da oltre quattro anni. Il dato indica un’economia ancora capace di espandersi nonostante il costo del capitale e le tensioni energetiche.
Questa forza ha però un lato meno favorevole: la componente dei prezzi pagati è rimasta elevata a 71,1. Per il mercato obbligazionario significa che il calo del petrolio può alleggerire le aspettative d’inflazione nel breve periodo, ma non elimina il rischio di tassi alti più a lungo. I rendimenti dei Treasury sono scesi con il greggio, senza però trasformare il movimento in una vera svolta strutturale.
Sul mercato valutario, il movimento più rilevante è stato quello dello yen, rimasto circa il 4% più forte rispetto alla settimana precedente dopo l’intervento coordinato di Stati Uniti e Giappone. Il dollaro ha invece mostrato variazioni più contenute, mentre l’euro si è mantenuto intorno a 1,15 dollari. Anche qui il messaggio è stato chiaro: la geopolitica ha agito non soltanto sulle materie prime, ma anche sui flussi difensivi e sulle politiche valutarie.
Il quadro cinese è apparso più debole. Il PMI manifatturiero privato è sceso a 50,9, segnalando un’espansione ormai marginale. La combinazione tra domanda interna fragile, crescita più lenta e scorte elevate ha pesato sull’Asia e ha reso più selettivo il rialzo delle materie prime industriali.
Oro e rame raccontano due mercati diversi
L’oro ha tratto vantaggio dal ridimensionamento delle aspettative sui tassi: martedì il prezzo spot è salito dello 0,6% a 4.078 dollari l’oncia. Il metallo prezioso ha mantenuto una doppia funzione, beneficiando sia dell’incertezza geopolitica sia della prospettiva di una minore pressione monetaria qualora il petrolio continuasse a scendere.
Il rame, invece, è avanzato grazie alla riduzione delle scorte disponibili, raggiungendo i massimi da circa due mesi e sostenendo l’intero settore minerario europeo. È una dinamica importante: mentre il rallentamento cinese limita l’entusiasmo sulla domanda, la scarsità dell’offerta fisica continua a sostenere le quotazioni.
Un mercato ottimista, ma non normalizzato
Tra sabato e martedì gli investitori hanno scelto di prezzare la possibilità di una distensione prima ancora che esistesse un accordo. Il petrolio è crollato, Wall Street e l’Europa hanno aggiornato i record, l’oro è risalito e il rame ha beneficiato delle scorte ridotte. Ma le sei sole navi transitate a Hormuz e la smentita iraniana ricordano che la normalizzazione resta incompleta. Il mercato ha comprato la diplomazia; ora dovrà verificare se alle parole seguiranno flussi energetici reali.