Mercati tra record USA, petrolio e tregua: Wall Street sale ai massimi, l’Europa resta esposta all’energia
- 2 giorni fa
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Il petrolio resta il barometro del rischio
La seconda parte della settimana ha avuto un centro di gravità molto chiaro: lo Stretto di Hormuz. Ogni movimento dei mercati, dalle borse europee ai rendimenti obbligazionari, è stato letto attraverso una sola domanda: il flusso energetico dal Golfo Persico tornerà davvero alla normalità?
Il segnale più forte è arrivato da Fujairah, hub energetico chiave degli Emirati Arabi Uniti: le scorte di prodotti petroliferi sono scese a circa 5,5 milioni di barili, un nuovo minimo, dopo settimane di progressiva erosione. Già a inizio maggio gli stock erano calati del 6,9% a 6,501 milioni di barili, segnando il quinto minimo record consecutivo; il dato conferma quanto la crisi di Hormuz abbia trasformato una tensione geopolitica in una tensione fisica sulle scorte.
Il petrolio, però, ha reagito più alla diplomazia che alla scarsità. Mercoledì il Brent è sceso del 5,31% a 94,29 dollari al barile, mentre il WTI ha perso il 5,55% a 88,68 dollari, dopo le indiscrezioni su un possibile accordo Usa-Iran per riaprire Hormuz. Washington, tuttavia, ha respinto la versione diffusa dalla tv iraniana su un’intesa già definita, sottolineando che restavano ancora nodi irrisolti.
La guerra manda segnali contraddittori
La settimana non è stata lineare. Da un lato, i mercati hanno prezzato la possibilità di una tregua più ampia; dall’altro, gli eventi militari hanno ricordato quanto il quadro resti instabile. Reuters ha riportato che l’Iran avrebbe colpito una base statunitense in Kuwait, mentre Washington avrebbe risposto contro un complesso di droni iraniani vicino allo Stretto di Hormuz. Nello stesso tempo, un altro accordo di tregua sarebbe arrivato sul tavolo, ma ancora in attesa del via libera di Donald Trump.
A rendere il contesto ancora più fragile è arrivata anche la notizia da Gaza: Hamas ha confermato l’uccisione di Mohammed Odeh, indicato come leader dell’ala militare del gruppo, in un raid israeliano a Gaza City. Secondo Al Jazeera, nell’attacco sarebbero morti anche la moglie e due figli di Odeh.
Il mercato, quindi, ha vissuto una settimana a due velocità: paura immediata nei momenti di escalation, sollievo appena compariva una traccia negoziale. È una dinamica tipica delle fasi in cui il prezzo degli asset non dipende solo dai dati macro, ma dalla probabilità attribuita a un evento binario: riapertura o nuova chiusura di Hormuz.
Wall Street sui massimi storici, l’Europa rincorre
Negli Stati Uniti la lettura positiva ha prevalso con una forza quasi simbolica: Wall Street non si è limitata a salire, ma ha chiuso su nuovi massimi storici. Venerdì il Dow Jones è avanzato dello 0,72% a 51.032 punti, superando per la prima volta in chiusura la soglia dei 51.000 punti; l’S&P 500 ha guadagnato lo 0,22% a 7.580 punti, mentre il Nasdaq è salito dello 0,21% a 26.973 punti. Tutti e tre i principali indici americani hanno terminato la seduta su livelli record, sostenuti dalla tecnologia, dall’entusiasmo sull’intelligenza artificiale e dalla speranza che la crisi Usa-Iran possa trovare una soluzione negoziale.
Il dato più interessante, però, non è solo il nuovo massimo: è la continuità del movimento. L’S&P 500 ha messo a segno la nona settimana positiva consecutiva, la striscia migliore da dicembre 2023, con un progresso settimanale dell’1,4%. Il Nasdaq ha fatto ancora meglio, salendo del 2,4% nella settimana e confermando che il mercato continua a premiare soprattutto i titoli legati alla tecnologia e all’AI. In altre parole, Wall Street sta comprando due storie contemporaneamente: la possibilità di una de-escalation geopolitica e la narrativa strutturale degli utili legati all’intelligenza artificiale.
In Europa il movimento è stato più prudente. Lo STOXX 600 ha chiuso venerdì in rialzo dello 0,1% a 626 punti, mettendo comunque a segno un progresso mensile del 2,5%. Il motivo è semplice: l’Europa beneficia del calo del petrolio, ma resta più esposta allo shock energetico. Se il Brent scende, respirano compagnie aeree, industria e consumi; se risale, il rischio inflazione torna immediatamente nella funzione di reazione della BCE.
Piazza Affari ha mostrato bene questa fragilità settoriale. Mercoledì il FTSE MIB ha perso lo 0,64% a 49.578 punti, penalizzato dagli energetici: Saipem ha ceduto il 4,21%, Tenaris il 3,5% ed Eni il 2,81%, mentre il Brent era ancora in area 96 dollari. Venerdì, però, Milano ha recuperato, chiudendo a 50.037 punti, in rialzo dello 0,42%, con un progresso settimanale dell’1,06%. La differenza con gli Stati Uniti è proprio qui: Wall Street aggiorna i record grazie a tecnologia e AI; l’Europa sale, ma resta più dipendente dal prezzo dell’energia e dal rischio che Hormuz torni a essere il collo di bottiglia dell’economia globale.
Tassi, valute e oro: il mercato cerca protezione senza panico
La discesa del petrolio ha aiutato anche il mercato obbligazionario. Il rendimento del Treasury decennale americano è sceso a 4,441%, mentre il trentennale è rimasto vicino al 4,982%. Sono movimenti contenuti, ma importanti: indicano che gli investitori stanno riducendo il premio per il rischio inflazionistico, pur senza scommettere su un ritorno immediato a una politica monetaria accomodante.
Sul valutario, il dollaro ha perso leggermente terreno: il Dollar Index è sceso a 98,90, mentre l’euro è salito a 1,1663 dollari. L’oro, invece, ha confermato la sua doppia natura: bene rifugio nei momenti di tensione, ma sensibile ai tassi reali. Venerdì lo spot gold è salito dell’1,18% a 4.545 dollari l’oncia, pur restando orientato verso una flessione mensile superiore all’1%.
Inflazione europea: meno alta del previsto, ma ancora sopra il target
Il dato macro più rilevante è arrivato da Francia e Germania. In Francia l’inflazione preliminare di maggio è salita al 2,8% annuo, dal 2,5% di aprile, ma sotto il 2,9% atteso dagli analisti. Il rialzo è stato guidato soprattutto dall’energia, cresciuta di quasi 17% su base annua, mentre beni manifatturieri e servizi hanno mostrato segnali meno preoccupanti.
In Germania, invece, l’inflazione è scesa al 2,6% dal 2,9% di aprile, sotto il consenso; l’indice armonizzato è passato dal 2,9% al 2,7%. È una buona notizia per i mercati, ma non ancora sufficiente per archiviare il problema: l’inflazione resta sopra il target BCE del 2%, e lo shock energetico continua a essere il canale principale di trasmissione della geopolitica all’economia reale.
La lettura finale
La settimana si chiude con borse resilienti, petrolio in discesa, oro in recupero e tassi leggermente più bassi. Ma il messaggio dei mercati non è di normalizzazione piena: è di sollievo condizionato. Se la tregua verrà approvata e Hormuz riaprirà davvero, il premio al rischio energetico potrà ridursi ancora. Se invece il negoziato dovesse saltare, i 5,5 milioni di barili di scorte a Fujairah diventeranno il simbolo di un mercato petrolifero ancora troppo sottile per assorbire nuovi shock.