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Inflazione, dollaro e guerra inasprita: i mercati tra tensioni globali e nuove incertezze

  • 1 giorno fa
  • Tempo di lettura: 4 min

Dall’11 al 14 luglio i mercati finanziari sono stati attraversati da due forze opposte. La nuova escalation tra Stati Uniti e Iran ha riportato al centro lo Stretto di Hormuz, facendo risalire petrolio e aspettative d’inflazione. Allo stesso tempo, il rallentamento dei prezzi al consumo statunitensi e i solidi risultati delle grandi banche hanno permesso agli indici azionari di recuperare parte delle perdite. Il quadro resta però fragile: il sollievo monetario nasce da dati che precedono il nuovo shock energetico.


Hormuz torna al centro del rischio globale

Teheran ha dichiarato nuovamente chiuso lo Stretto di Hormuz dopo una serie di attacchi contro obiettivi statunitensi e strutture nel Golfo. Washington ha risposto annunciando il ripristino del blocco navale sulle spedizioni iraniane, esteso ai porti e ai terminal petroliferi del Paese.

Il passaggio resta essenziale per i flussi mondiali di petrolio e gas. Anche un rallentamento parziale del traffico è quindi sufficiente ad aumentare il premio geopolitico incorporato nei prezzi. Il mercato non sconta ancora una chiusura permanente dello stretto, ma riconosce che il margine per un errore militare si è ridotto.

La reazione più violenta si è vista sul greggio. Lunedì il Brent ha guadagnato il 9,6%, chiudendo a 83,30 dollari al barile, mentre il WTI è salito del 9,4% a 78,14 dollari. Martedì, dopo nuovi missili iraniani contro una base statunitense in Giordania e ulteriori attacchi americani, il Brent si è portato intorno a 84,60 dollari. Il rischio energetico è così tornato il principale canale di trasmissione tra geopolitica e mercati.


Azionario: tecnologia sotto pressione, banche in controtendenza

Lo shock petrolifero ha inizialmente favorito una rotazione difensiva. Lunedì l’indice MSCI globale ha perso lo 0,9%, mentre a Wall Street l’S&P 500 ha ceduto lo 0,8% e il Nasdaq l’1,6%. La tecnologia è stata il segmento più debole, soprattutto per le vendite sui semiconduttori e sui titoli legati all’intelligenza artificiale. In Europa lo STOXX 600 è rimasto quasi invariato, con energia in rialzo e tecnologia, viaggi e tempo libero in calo.

Martedì il quadro è migliorato grazie all’inflazione e alle trimestrali. A metà seduta l’S&P 500 recuperava lo 0,31% e il Nasdaq lo 0,75%, mentre il Dow Jones restava vicino alla parità.

Il sostegno principale è arrivato dalle grandi banche statunitensi. JPMorgan ha riportato un utile trimestrale record di 21,2 miliardi di dollari, favorito dal trading e dall’investment banking. Bank of America ha registrato 9,1 miliardi di utile, mentre Citigroup ha beneficiato del fatturato trimestrale più alto in un decennio. Il settore finanziario ha così compensato parte della debolezza tecnologica.


Inflazione più bassa, ma il petrolio complica la Fed

A giugno il CPI statunitense è rallentato al 3,5% annuo dal 4,2% di maggio, mentre su base mensile i prezzi sono diminuiti dello 0,4%. Il calo è stato favorito soprattutto dalla precedente discesa della benzina, avvenuta durante la temporanea tregua tra Stati Uniti e Iran.

La risposta obbligazionaria è stata immediata. Le probabilità di un rialzo dei tassi Fed a luglio sono scese al 12%, dal 42% della seduta precedente. Il rendimento del Treasury decennale, che lunedì era salito al 4,62%, è tornato verso il 4,58%. Il biennale è sceso ancora di più, seguendo la revisione delle aspettative sulla politica monetaria.

Il problema è temporale: il CPI di giugno non incorpora la nuova fiammata del greggio. Il mercato ha quindi ridimensionato l’ipotesi di un intervento immediato della Fed, ma continua a considerare possibile almeno un rialzo entro fine anno. Una crisi prolungata potrebbe trasformare il sollievo di giugno in una pausa temporanea, perché l’inflazione attesa rischia di essere nuovamente alimentata dai costi energetici.


Dollaro e oro seguono i tassi

Lunedì il dollaro era stato sostenuto dalla domanda di beni rifugio e dall’aumento dei rendimenti americani. Dopo il CPI, invece, il Dollar Index ha perso circa lo 0,6%, scendendo a 100,68, mentre l’euro è risalito nell’area di 1,145 dollari.

L’oro ha mostrato un comportamento meno intuitivo. Lunedì è sceso del 3% a 3.998,52 dollari l’oncia, nonostante l’escalation militare. A prevalere sono stati il rafforzamento del dollaro e il rialzo dei tassi reali, entrambi negativi per un’attività che non offre rendimento. Martedì il movimento si è invertito: con rendimenti e valuta statunitense in calo, il metallo prezioso è rimbalzato del 2,02% a 4.080,49 dollari.

La sequenza conferma che, nel breve periodo, l’oro resta più sensibile alle aspettative sulla Fed che al solo rischio geopolitico. Anche sulle valute il differenziale atteso dei tassi pesa più della semplice ricerca di sicurezza.


La Cina sorprende, ma resta dipendente dall’export

A giugno le esportazioni cinesi sono cresciute del 27% annuo e le importazioni del 36%, portando il surplus mensile a 125,6 miliardi di dollari. La spinta è arrivata soprattutto dai semiconduttori legati all’intelligenza artificiale e dalle automobili, mentre il CSI 300 ha chiuso in rialzo del 2%.

I dati hanno sostenuto la prospettiva per l’industria manifatturiera e alcune materie prime di produzione, ma non eliminano le fragilità cinesi. Consumi e investimenti interni rimangono deboli, mentre Pechino continua a trovare nell’export il principale sostegno alla crescita. Per i metalli industriali il quadro resta quindi misto: la domanda tecnologica offre supporto, ma non segnala ancora una ripresa interna pienamente consolidata.


Un equilibrio ancora instabile

Tra l’11 e il 14 luglio i mercati sono passati dal timore di uno shock energetico al sollievo per inflazione e utili societari. Azionario e oro hanno recuperato, i rendimenti e il dollaro sono scesi, ma il petrolio è rimasto elevato.

La variabile decisiva sarà la durata dell’escalation nello Stretto di Hormuz. Se il greggio resterà su livelli alti, il mercato dovrà rivedere nuovamente al rialzo inflazione e tassi, mettendo sotto pressione il rimbalzo riattivato dal CPI. Finché geopolitica e dati macro continueranno a spingere in direzioni opposte, la volatilità resterà elevata e i recuperi degli indici difficilmente potranno essere considerati definitivi.

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