Mercati tra dollaro forte, petrolio in ritirata e crepe nell’AI
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La settimana cambia baricentro: meno guerra, più crescita
La seconda parte della settimana ha spostato il baricentro dei mercati. Il rischio geopolitico non è sparito: l’Iran ha rivendicato il controllo dello Stretto di Hormuz, una nave commerciale è stata colpita e gli Stati Uniti hanno risposto attaccando installazioni missilistiche, depositi di droni e radar costieri iraniani. Però il mercato non ha più prezzato lo scenario peggiore di blocco totale dell’energia. Ha iniziato invece a guardare altrove: dollaro forte, tassi reali elevati, crescita più fragile e costi crescenti dentro la filiera tecnologica.
A Wall Street l’S&P 500 ha chiuso venerdì quasi piatto a 7.354 punti, ma nella settimana ha perso il 2,0%. Il Nasdaq è sceso dello 0,2% nell’ultima seduta e del 4,6% nella settimana, penalizzato da semiconduttori e AI. Il Dow Jones, più difensivo, ha invece chiuso la settimana a +0,6%, mentre il Russell 2000 ha guadagnato l’1,0%. In Europa il quadro è stato più stabile ma non immune: lo STOXX 600 ha perso lo 0,7% venerdì, il DAX l’1,29%, il CAC 40 lo 0,55% e il FTSE 100 lo 0,21%.
Materie prime: oro sotto 4.000, petrolio sotto 70
Il movimento più simbolico è arrivato dall’oro. Il metallo è sceso sotto i 4.000 dollari l’oncia in giornata, toccando area 3.974 dollari, prima di rimbalzare sopra quota 4.060. Quando il dollaro si rafforza e il mercato torna a prezzare una Fed più dura, anche il bene rifugio può correggere. La settimana dell’oro resta negativa, con una perdita di circa il 3,4% sui futures Comex.
Ancora più importante è il petrolio. Il WTI è sceso sotto i 70 dollari, chiudendo a 69,23 dollari al barile, in calo del 3,7% nella seduta e di quasi il 9,6% nella settimana. Il Brent ha chiuso a 71,99 dollari, perdendo il 4,3%. Il dato centrale è che il WTI è ormai solo del 3-4% sopra i livelli di fine febbraio, cioè prima dell’escalation Usa-Iran e della crisi di Hormuz. Il premio di guerra si è quasi completamente sgonfiato.
Questo non significa normalità. Significa che il mercato vede più offerta in arrivo e meno paura di blocco totale. Saudi Aramco ha ripreso le operazioni di carico a Ras Tanura dopo quasi quattro mesi, mentre diverse petroliere sono tornate a muoversi attraverso lo stretto. Ma il messaggio macro è più freddo: il calo di petrolio, metalli e materie prime racconta anche un deterioramento delle aspettative di crescita.
Tassi e valute: curva schiacciata, dollaro centrale
Il mercato obbligazionario ha confermato questa lettura. I rendimenti a breve restano sostenuti dalle aspettative di politica monetaria restrittiva, mentre la parte lunga della curva beneficia del calo del petrolio e del timore che la crescita futura perda slancio. Il Treasury a 10 anni è tornato verso il 4,38%, il 2 anni intorno al 4,10%, e il Bund tedesco decennale vicino al 2,86%.
È una curva che parla di due cose insieme: inflazione ancora troppo alta per permettere tagli rapidi, ma prospettive economiche meno brillanti. Il PIL Usa del primo trimestre è stato rivisto al rialzo al 2,1% annualizzato, contro l’1,6% della stima precedente e lo 0,5% del quarto trimestre 2025. Sotto la superficie, però, il dato è meno forte: i consumi sono stati rivisti allo 0,5% e il PCE price index è salito del 4,6%. Crescita migliore del previsto, quindi, ma qualità del ciclo più fragile.
Sul valutario il dollaro resta il perno. Il Dollar Index è intorno a 101,35 e si avvia a chiudere il semestre con un rialzo di circa il 3% da inizio anno. L’euro è poco sopra 1,13 dollari, mentre lo yen resta in area 161,8 contro dollaro, livelli che continuano a tenere viva l’ipotesi di interventi giapponesi.
Tecnologia: Micron brilla, ma il costo dell’AI pesa
La settimana ha avuto un doppio volto tecnologico. Da una parte Micron Technology ha presentato risultati molto superiori alle attese: ricavi trimestrali a 41,46 miliardi di dollari contro stime di 35,85 miliardi, utile rettificato di 25,11 dollari per azione contro 20,78 attesi e guidance sopra consenso. Il gruppo ha parlato di 22 miliardi di dollari di accordi con clienti strategici e di circa 100 miliardi di ricavi contrattualizzati futuri. Il titolo è salito del 12% nell’after-hours.
Dall’altra parte, proprio il boom della memoria e dell’hardware AI sta diventando un problema per chi compra quei componenti. I semiconduttori hanno perso il 5,3% venerdì e il 7,7% nella settimana. Apple ha sofferto dopo gli aumenti di prezzo legati ai costi della memoria; SpaceX è rimasta volatile dopo l’IPO, con il titolo tornato vicino a 153 dollari dopo un picco sopra 225; OpenAI potrebbe rinviare la quotazione al 2027. Il mercato non sta negando il tema AI: sta iniziando a chiedersi quanto costa finanziarlo.
Difesa, Hormuz e dazi: il rischio politico resta aperto
Nel comparto difesa sono arrivate prese di profitto e movimenti selettivi. Rheinmetall ha perso fino al 20% dopo la cancellazione tedesca di un programma di fregate, bruciando oltre 11 miliardi di euro di capitalizzazione. È un segnale importante: anche i settori “da guerra” non salgono più automaticamente se le valutazioni sono tirate e la visibilità sugli ordini peggiora.
Sul fronte geopolitico, l’accordo quadro tra Israele e Libano mediato dagli Stati Uniti ha ridotto una parte del rischio regionale, ma resta fragile perché passa dal nodo Hezbollah. Hormuz, invece, rimane il punto più sensibile: il commercio riparte, ma sotto controllo iraniano dichiarato e con gli Stati Uniti pronti a colpire in caso di nuove aggressioni.
Infine, Trump ha riaperto il fronte commerciale minacciando dazi del 100% contro i Paesi che impongono tasse digitali alle aziende americane.
Per i mercati è un altro promemoria: anche quando il petrolio scende e la guerra sembra meno centrale, il rischio politico non sparisce. Cambia forma.