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Fed, tassi e petrolio: il sollievo dei mercati resta condizionato

  • 2 ore fa
  • Tempo di lettura: 4 min

Una settimana chiusa tra due forze opposte

La seconda parte della settimana ha riportato i mercati dentro una dinamica molto chiara: da un lato il sollievo geopolitico, dall’altro il ritorno del rischio tassi. L’accordo tra Stati Uniti e Iran ha riaperto almeno in parte lo Stretto di Hormuz e ha ridotto la pressione immediata sul petrolio; allo stesso tempo, però, Fed e Bank of England hanno ricordato agli investitori che l’inflazione non è ancora un capitolo chiuso. Il risultato è stato un mercato meno spaventato sul fronte energetico, ma più attento alla possibilità che le banche centrali siano costrette a restare restrittive più a lungo.


Sul fronte azionario, Wall Street ha reagito meglio dell’Europa continentale e soprattutto del Regno Unito. Nell’ultima seduta disponibile, lo S&P 500 ha recuperato circa lo 0,8%, mentre il Nasdaq ha fatto decisamente meglio, con un progresso vicino al 2,4%, sostenuto ancora una volta dalla tecnologia e dal tema dell’intelligenza artificiale. L’Euro Stoxx 50 ha mostrato un recupero più contenuto, intorno all’1,2%, mentre il mercato britannico è rimasto più debole, con una flessione vicina all’1,0%. È una fotografia coerente con la settimana: il rischio geopolitico si è ridotto, ma non abbastanza da cancellare il premio per l’incertezza.


Regno Unito: inflazione ferma, ma non ancora vinta

Il primo dato importante è arrivato dal Regno Unito. L’inflazione di maggio è rimasta stabile al 2,8% annuo, contro attese di risalita verso il 3,0%. Anche su base mensile il CPI è cresciuto solo dello 0,2%, lo stesso ritmo registrato un anno prima. Il dato ha sorpreso positivamente perché il mercato temeva un impatto più visibile dei costi energetici e dei trasporti, soprattutto dopo le tensioni nel Golfo Persico.

La composizione del dato, però, è meno rassicurante di quanto sembri. I trasporti hanno dato il contributo maggiore verso l’alto, mentre alimentari e beni per la casa hanno compensato parte della pressione. L’inflazione resta comunque sopra il target del 2% della Bank of England, e questo limita lo spazio per una politica monetaria più accomodante. La BoE ha infatti mantenuto i tassi al 3,75%, con un voto 7-2: maggioranza per la pausa, ma due membri già favorevoli a un rialzo. È il segnale di una banca centrale che non vuole inseguire il panico energetico, ma nemmeno ignorarlo.


Fed: Warsh ferma i tassi, ma cambia il linguaggio

Negli Stati Uniti, la prima decisione della Fed guidata da Kevin Warsh ha avuto un impatto più forte del semplice “tassi invariati”. Il FOMC ha mantenuto il corridoio dei Fed Funds tra il 3,50% e il 3,75%, ma le nuove proiezioni hanno spostato l’attenzione sul 2026: il tasso mediano atteso a fine anno è salito al 3,8%, sopra il livello corrente e compatibile con almeno un rialzo nei prossimi mesi.

La vera novità, però, è stata comunicativa. Warsh ha abbandonato l’impostazione tradizionale della forward guidance, lasciando intendere che la Fed non vuole più accompagnare il mercato passo per passo. In pratica, meno rassicurazioni preventive e più dipendenza dai dati. I mercati obbligazionari hanno reagito subito: il rendimento del Treasury a 2 anni è salito fino a circa il 4,21%, mentre il 10 anni è rimasto vicino al 4,46%, con una curva più piatta. Il mercato prezza una Fed più rigida nel breve, ma allo stesso tempo teme che tassi più alti possano pesare sulla crescita futura.

Anche il dollaro ha beneficiato di questo cambio di tono. L’indice del dollaro ha guadagnato circa lo 0,35%, mentre la sterlina è scesa fino a circa 1,3200 contro il biglietto verde. Per le materie prime, questo è un doppio vincolo: meno rischio geopolitico sostiene il sentiment, ma un dollaro più forte e rendimenti reali più alti riducono l’attrattività di oro e asset non remunerativi.


Petrolio e Hormuz: sollievo immediato, normalizzazione incompleta

Il cuore geopolitico della settimana resta lo Stretto di Hormuz. L’accordo tra Stati Uniti e Iran ha previsto vantaggi reciproci: riapertura immediata dei flussi marittimi, riduzione delle restrizioni sul petrolio iraniano e una finestra negoziale di 60 giorni per definire un’intesa più ampia. Le prime petroliere hanno ripreso a muoversi, con almeno quattro tankers segnalati in transito verso porti iracheni, e il Brent si è riportato in area 80 dollari al barile, avviandosi comunque verso un calo settimanale vicino all’8%.

Il mercato ha letto la notizia come un forte alleggerimento del rischio inflazionistico globale. Se il petrolio rientra stabilmente sotto area 80 dollari, le banche centrali possono permettersi più pazienza. Ma il quadro resta fragile: la piena normalizzazione dello Stretto potrebbe richiedere tempo, tra sicurezza navale, assicurazioni, code logistiche e tensioni militari ancora aperte. Non è un ritorno alla normalità, è una sospensione della fase più acuta della crisi.


Medio Oriente: tregua dichiarata, rischio ancora vivo

La parte finale della settimana ha impedito ai mercati di trasformare il sollievo in euforia. I negoziati di pace in Svizzera tra Stati Uniti e Iran sono stati rinviati, proprio mentre gli attacchi israeliani nel sud del Libano continuavano nonostante la dichiarazione di tregua. Questo elemento è cruciale: l’accordo su Hormuz riduce il rischio energetico immediato, ma non elimina il rischio politico regionale.


Per questo l’oro non è crollato, pur perdendo forza. Il prezzo spot è rimasto in area 4.280 dollari l’oncia, mentre gli strumenti legati all’oro hanno mostrato una flessione moderata, intorno allo 0,4%. Il rame, invece, ha recuperato circa lo 0,6%, segnalando una lettura più positiva sulla domanda globale se la crisi energetica resta contenuta. Il petrolio rimane l’asset chiave: se scende, aiuta inflazione, margini aziendali e consumi; se risale per nuove tensioni, riapre immediatamente il rischio stagflazione.


Il messaggio per gli investitori

La settimana si chiude con mercati più sollevati, ma non davvero sereni. L’accordo Usa-Iran ha abbassato il rischio estremo sul petrolio, l’inflazione UK ha dato un segnale meno negativo del previsto e le borse hanno trovato spazio per recuperare. Tuttavia, Fed e BoE hanno chiarito che l’inflazione resta sopra i target e che i tassi non possono ancora essere usati come paracadute automatico.

La storia dei mercati, oggi, è questa: meno panico geopolitico, più attenzione al costo del denaro. Finché Hormuz resta aperto e il Brent rimane vicino agli 80 dollari, gli asset rischiosi possono respirare. Ma con una Fed meno prevedibile, una BoE ancora prudente e il Medio Oriente lontano da una stabilizzazione definitiva, la volatilità resta parte centrale dello scenario.

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