Mercati tra possibile accordo Usa-Iran, inflazione, crescita, e SpaceX
- 3 giorni fa
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Dalla paura geopolitica al sollievo tattico
La seconda parte della settimana ha raccontato bene la fase che stanno attraversando i mercati finanziari: non una vera tranquillità, ma una continua alternanza tra shock e sollievo. Il centro della scena è rimasto il Medio Oriente, con l’Iran che ha colpito basi statunitensi in Bahrein, Kuwait e Giordania in risposta agli attacchi americani nell’area dello Stretto di Hormuz, e con gli Stati Uniti che hanno successivamente lanciato nuovi raid contro obiettivi all’interno dell’Iran. In poche ore, il mercato è passato dalla paura di una nuova escalation regionale alla possibilità di un accordo nel fine settimana.
Il punto di svolta è arrivato quando Donald Trump ha cancellato l’ordine di attacco previsto per la giornata e ha lasciato intendere che un’intesa con Teheran potesse arrivare rapidamente. L’Iran, attraverso i propri media e dichiarazioni ufficiali, ha risposto in modo almeno parzialmente positivo, pur rivendicando una propria lettura del testo. Anche il Pakistan ha confermato l’esistenza di una bozza scritta di accordo tra Stati Uniti e Iran, rafforzando l’idea che la diplomazia stesse tornando a prevalere sulla logica militare.
La reazione dei mercati è stata immediata. Giovedì l’S&P 500 è salito dell’1,8%, il Nasdaq Composite del 2,5% e il Dow Jones dell’1,9%, proprio mentre il petrolio arretrava sulla speranza di un raffreddamento del conflitto.
Wall Street recupera, ma resta selettiva
A fine settimana l’S&P 500 ha chiuso a 7.431,46 punti, con un progresso da inizio anno dell’8,56%. Il Nasdaq Composite è arrivato a 25.888,84 punti, con un guadagno annuo dell’11,39%, mentre il Dow Jones ha chiuso a 51.202,26 punti, in rialzo del 6,53% da inizio 2026. La fotografia è quella di un mercato azionario ancora positivo, ma sempre più dipendente da due fattori: la tenuta degli utili tecnologici e la speranza che lo shock energetico non si trasformi in una nuova ondata recessiva.
In Europa il movimento è stato simile. L’Euro Stoxx 50 ha raggiunto 6.181 punti il 12 giugno, con un rialzo giornaliero del 2,05% e un progresso mensile del 5,46%. Tuttavia, la Bce ha complicato il quadro: il rialzo dei tassi dopo tre anni interrompe l’idea di una politica monetaria stabile e segnala che Francoforte teme soprattutto la trasmissione dello shock energetico all’inflazione.
Inflazione Usa: il dato che cambia il tono della settimana
La notizia macro più importante è arrivata dagli Stati Uniti. A maggio l’inflazione annua è salita al 4,2%, dal 3,8% di aprile, il livello più alto da circa tre anni. Il dato core, al netto di energia e alimentari, è salito al 2,9%, mentre l’energia ha registrato un aumento annuo del 23,5% e la benzina addirittura del 40,5%. Sono numeri che raccontano una dinamica precisa: la domanda interna non appare fuori controllo, ma lo shock sulle materie prime sta rientrando direttamente nei prezzi finali.
Questo rende più difficile il lavoro della Federal Reserve. Se l’inflazione fosse solo geopolitica, la banca centrale potrebbe guardare oltre il dato. Ma quando energia, trasporti, alimentari e aspettative iniziano a intrecciarsi, il rischio è che l’inflazione importata diventi inflazione domestica. Per questo il mercato obbligazionario si è mosso con cautela: il rendimento del Treasury decennale è sceso dal 4,52% della settimana precedente a circa il 4,48%, beneficiando della speranza di accordo, ma senza mostrare un vero crollo dei rendimenti.
La Bce rialza i tassi e taglia la crescita
In Europa, la Banca Centrale Europea ha alzato i tre tassi principali di 25 punti base. Dal 17 giugno, il tasso sui depositi salirà al 2,25%, quello sulle operazioni di rifinanziamento principali al 2,40% e quello sui prestiti marginali al 2,65%. È una decisione importante perché arriva in un contesto già fragile: la Bce prevede ora un’inflazione media al 3,0% nel 2026, al 2,3% nel 2027 e al 2,0% nel 2028, mentre la crescita dell’area euro è stimata allo 0,8% nel 2026, all’1,2% nel 2027 e all’1,5% nel 2028.
La combinazione è delicata: più inflazione, meno crescita, tassi più alti. Per i mercati europei significa convivere con valutazioni azionarie ancora sostenute, ma con un costo del capitale che torna a salire proprio mentre consumatori e imprese devono assorbire energia più cara.
Petrolio, oro e valute: il termometro del rischio
Il petrolio è stato il vero indicatore della settimana. Il Brent è sceso fino a 87,33 dollari al barile dopo essere partito da livelli vicini ai 93 dollari, segnalando che il mercato ha iniziato a prezzare una possibile riapertura più ordinata dello Stretto di Hormuz. Questo movimento ha sostenuto le borse, perché un petrolio meno caro riduce il rischio di ulteriore inflazione e alleggerisce la pressione su banche centrali e consumatori.
L’oro è salito leggermente mentre il dollaro è arretrato. Euro e sterlina hanno mostrato movimenti limitati, coerenti con un mercato valutario che non sta ancora scegliendo una direzione forte: da un lato ci sono tassi europei più alti, dall’altro il dollaro resta valuta rifugio nei momenti di tensione.
Tecnologia: Xbox in ristrutturazione, SpaceX entra nella storia
Sul fronte societario, Microsoft ha riportato l’attenzione sul settore gaming. Xbox starebbe pianificando grandi licenziamenti e tagli di budget, mentre sarebbero allo studio anche ipotesi di riorganizzazione più profonde, inclusa una possibile separazione o trasformazione in controllata autonoma. È un segnale importante: anche tra i grandi colossi tecnologici, non tutte le aree crescono allo stesso ritmo.
All’opposto, SpaceX ha vissuto una prima giornata di Borsa storica. Il titolo è salito di circa il 19%, passando dal prezzo di collocamento di 135 dollari a una chiusura intorno a 161 dollari, portando la valutazione della società a circa 2.100 miliardi di dollari. È un debutto che conferma l’enorme appetito degli investitori per tecnologia, spazio, difesa e intelligenza artificiale, ma anche la disponibilità del mercato a pagare multipli molto elevati quando la narrativa di crescita è abbastanza potente.
Conclusione: rally di sollievo, non ritorno alla normalità
La settimana si chiude quindi con un messaggio misto. Le borse hanno recuperato perché il rischio di guerra aperta sembra essersi ridotto, il petrolio è sceso e il mercato ha premiato la possibilità di un accordo Usa-Iran. Ma sotto la superficie restano tre problemi: inflazione americana al 4,2%, Bce costretta a rialzare i tassi e crescita europea rivista al ribasso.
Il rimbalzo degli asset rischiosi è comprensibile, ma non va confuso con un ritorno alla normalità. I mercati stanno comprando la tregua, non la soluzione definitiva. E nelle prossime settimane la differenza tra le due cose potrebbe diventare decisiva.