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Mercati tra Golfo Persico, lavoro USA e IA: la settimana cambia tono

  • 3 giorni fa
  • Tempo di lettura: 4 min

Il rischio geopolitico torna a guidare i listini

Nella seconda parte della settimana i mercati finanziari hanno cambiato registro. Dopo giorni dominati dall’idea che l’economia americana potesse rallentare abbastanza da ammorbidire la Fed, venerdì 5 giugno 2026 è arrivato un messaggio diverso: il lavoro USA resta solido, i rendimenti risalgono, il dollaro si rafforza e gli asset più sensibili ai tassi — tecnologia, oro e obbligazioni — tornano sotto pressione.

Il quadro geopolitico ha fatto il resto. Nel Golfo Persico, gli Stati Uniti hanno colpito una petroliera battente bandiera del Botswana diretta verso l’Iran, mentre Teheran ha lanciato missili e droni verso obiettivi in Kuwait e Bahrain; l’attacco in Kuwait ha causato almeno 1 morto, mentre i missili diretti verso il Bahrain sarebbero stati intercettati. In parallelo, l’Iran ha dichiarato di aver sparato missili e droni di avvertimento vicino a navi militari statunitensi nel Golfo dell’Oman. Il punto per i mercati non è solo militare: lo Stretto di Hormuz resta un collo di bottiglia energetico, da cui prima della guerra passava circa un quinto dei flussi globali di petrolio e GNL.


Trump, Netanyahu e una tregua che non convince Hezbollah

Sul fronte diplomatico, Donald Trump ha rimproverato duramente Benjamin Netanyahu per il rischio di nuove operazioni israeliane in Libano, nel tentativo di non far saltare i negoziati più ampi con l’Iran. La Casa Bianca ha provato a presentare una tregua tra Israele e Libano come un passo verso la de-escalation, ma Hezbollah ha respinto l’accordo, definendolo inaccettabile perché prevedeva il suo ritiro dal sud del Libano senza garanzie sufficienti sul ritiro israeliano.

Anche a Washington la guerra è diventata un problema politico. La Camera USA ha approvato con 215 voti favorevoli e 208 contrari una risoluzione per limitare i poteri di Trump sull’Iran; quattro repubblicani si sono uniti ai democratici. Tuttavia, il voto resta in larga parte simbolico: serve il passaggio al Senato e, in caso di veto presidenziale, una maggioranza dei due terzi per superarlo.


Le tariffe tornano sul tavolo

Come se il rischio geopolitico non bastasse, Trump ha riaperto il fronte commerciale proponendo nuovi dazi contro circa 60 partner accusati di non contrastare abbastanza il lavoro forzato. Il piano prevede tariffe aggiuntive del 10% per UE, Regno Unito, Canada, Messico e Taiwan, e del 12,5% per economie come Cina, Giappone, India, Corea del Sud, Brasile e Svizzera. La misura non entrerebbe subito in vigore, ma riporta sul tavolo una variabile che i mercati conoscono bene: l’incertezza sulle catene globali del valore.


Europa debole, USA ancora troppo forti

Dal lato macro, l’Europa ha deluso. Eurostat ha rivisto il PIL dell’area euro del primo trimestre a -0,2% congiunturale, mentre l’UE ha segnato -0,1%. È un dato importante perché arriva in un momento in cui l’inflazione europea resta alta: a maggio è stimata al 3,2%, ancora sopra il target BCE. La combinazione tra crescita debole e prezzi persistenti è il peggior mix per gli investitori obbligazionari europei.

Negli Stati Uniti, invece, il segnale è stato opposto. Le richieste iniziali di sussidio sono salite a 225.000, da 212.000, sopra le attese, ma il report occupazionale di maggio ha cancellato l’idea di un mercato del lavoro davvero fragile: i nuovi occupati non agricoli sono aumentati di 172.000, il tasso di disoccupazione è rimasto fermo al 4,3% e la partecipazione al lavoro al 61,8%. Il messaggio è chiaro: l’economia USA rallenta a tratti, ma non abbastanza da rendere facile un taglio dei tassi.


La tecnologia perde il monopolio dell’euforia

Il colpo più simbolico è arrivato da Broadcom. Il titolo, dopo una corsa enorme legata all’intelligenza artificiale, è sceso di oltre 14% giovedì e perdeva un altro 7% circa nella seduta americana di venerdì. La società ha comunicato ricavi trimestrali per 22,19 miliardi di dollari, ma sotto le aspettative, e una previsione di vendite AI per il trimestre corrente pari a 16 miliardi, inferiore a quanto il mercato sperava. Reuters ha stimato una possibile perdita di capitalizzazione superiore a 315 miliardi di dollari.

Il punto non è che l’IA sia “finita”. Il punto è che il mercato sta iniziando a distinguere tra crescita reale e aspettative perfette. Quando un titolo ha già corso di oltre 8 volte dall’arrivo di ChatGPT e il mercato pretende revisioni sempre più alte, anche numeri forti possono non bastare.


Azioni, dollaro, oro e bond: la reazione dei prezzi

La reazione degli asset è stata coerente con il nuovo scenario. A metà seduta USA di venerdì, l’ETF sull’S&P 500 perdeva circa 2,5%, il Nasdaq 100 circa 4,4%, l’Euro Stoxx 50 circa 2,4%, il Giappone 3,5% e la Cina 2,7%. Il dollaro, invece, saliva: l’ETF UUP guadagnava circa 0,7%. Oro e obbligazioni, due asset favoriti quando i rendimenti scendono, hanno sofferto: GLD perdeva circa 3,5%, mentre TLT, proxy dei Treasury lunghi, era in calo di circa 0,5%. Anche il petrolio, nonostante il rischio geopolitico, arretrava di circa 2,8%, segno che il mercato guarda anche al rischio domanda e alla volatilità delle notizie.


La seconda parte della settimana lascia quindi un messaggio netto: i mercati non stanno più comprando tutto in modo indiscriminato. Il lavoro americano forte sostiene dollaro e rendimenti, l’Europa mostra fragilità di crescita, il Golfo Persico resta una fonte di shock e l’intelligenza artificiale non basta più da sola a giustificare qualunque valutazione. In questa fase, più che l’entusiasmo, torna a contare la selezione.

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