Hormuz si riapre a metà: petrolio in calo mentre l’AI pesa sui listini
- 3 giorni fa
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Geopolitica: lo Stretto non è più solo una minaccia teorica
L’inizio settimana ha messo i mercati davanti a un equilibrio fragile: meno panico sul petrolio, ma più nervosismo sulle azioni. Nel weekend l’Iran ha annunciato una nuova chiusura dello Stretto di Hormuz, accusando Israele di aver violato il cessate il fuoco in Libano. La notizia avrebbe potuto generare uno shock immediato sul greggio, perché da Hormuz passa circa il 20% del flusso mondiale di petrolio e GNL. Eppure il mercato ha reagito in modo più freddo: diverse navi hanno continuato a transitare, anche se con volumi ancora inferiori alla normalità e con rischi operativi elevati.
Il punto è che la chiusura dichiarata non si è trasformata in un blocco totale. Alcuni supertanker precedentemente fermi sono usciti dal Golfo, mentre diverse navi legate al GNL del Qatar hanno ripreso il passaggio. Questa distinzione ha fatto la differenza sui prezzi: il Brent è sceso verso 77 dollari al barile, il WTI verso 73 dollari, dopo un calo superiore al 3% nella seduta precedente. Il messaggio è chiaro: finché le rotte restano parzialmente praticabili, il premio geopolitico sul petrolio si riduce. Ma basta poco per riaccenderlo.
Svizzera: tensione diplomatica, poi spiraglio positivo
In parallelo sono partiti in Svizzera i colloqui tra Stati Uniti e Iran. La trattativa non è stata lineare: la delegazione iraniana ha lasciato il tavolo in protesta contro Trump, ma il confronto si è poi chiuso con un clima definito più costruttivo. Gli Stati Uniti parlano di una roadmap di 60 giorni per arrivare a un accordo più stabile e di una sospensione temporanea di alcune sanzioni fino al 21 agosto.
Resta aperto il nodo nucleare. Washington sostiene che l’Iran abbia accettato controlli estesi dell’AIEA, mentre Teheran ha ridimensionato questa lettura, negando nuovi impegni definitivi. Per i mercati è una sfumatura importante: se le ispezioni fossero confermate, la probabilità di un accordo salirebbe; se invece restassero solo una dichiarazione americana, il rischio di una nuova rottura rimarrebbe alto.
Asia e tecnologia: la correzione parte dai titoli più affollati
Il fronte più debole, però, è stato quello azionario. In Asia il sell-off è stato violento: il Kospi coreano ha perso circa il 10%, trascinato dai semiconduttori, mentre il Nikkei ha ceduto intorno all’1,2% e l’MSCI Asia-Pacifico ex Giappone circa l’1,5%. La pressione si è concentrata sui titoli tecnologici, cioè proprio quelli che negli ultimi mesi avevano beneficiato di più dell’entusiasmo per l’intelligenza artificiale.
Negli Stati Uniti il Nasdaq ha perso circa l’1,6%, l’S&P 500 circa l’1%, mentre il Dow Jones è rimasto quasi invariato. Il Philadelphia Semiconductor Index è sceso del 7,6%, Nvidia ha ceduto il 3,7%, Micron l’11% e SanDisk oltre il 12%. SpaceX, dopo aver bruciato oltre 600 miliardi di dollari di capitalizzazione nelle sedute precedenti, ha tentato un recupero, ma resta uno dei simboli della volatilità del nuovo ciclo AI.
Europa e UK: vendite sui chip, incertezza politica a Londra
In Europa la dinamica è stata simile. Lo STOXX 600 ha perso circa lo 0,7%, tornando sui minimi dal 12 giugno, mentre il settore tecnologico europeo ha ceduto il 3,7%, peggior seduta da febbraio. Tra i chipmaker, Infineon ha perso il 6,3% e STMicroelectronics l’8,5%. Il mercato non sta vendendo tecnologia perché l’AI sia scomparsa; sta vendendo valutazioni alte, concentrazione e investimenti molto pesanti in un contesto di tassi ancora restrittivi.
Nel Regno Unito si è aggiunto il fattore politico: Keir Starmer ha annunciato le dimissioni dopo meno di due anni da primo ministro. La sterlina è scesa dello 0,2% contro dollaro, in area 1,3222, mentre il PMI composito britannico è calato a 49,4, sotto la soglia di 50 che separa espansione e contrazione. Il mercato non ha reagito in modo disordinato, ma l’incertezza politica si somma a un’economia già debole.
Goldman Sachs: non dot-com, ma concentrazione estrema
La correzione ha riaperto il confronto con la bolla dot-com. Goldman Sachs mantiene una lettura più prudente: l’analogia principale con il 2000 riguarda il livello elevato degli investimenti, non necessariamente la qualità delle aziende leader. Oggi molte società AI hanno ricavi reali, margini elevati e bilanci più solidi rispetto alle internet company dell’epoca. Il problema, semmai, è la concentrazione: pochi titoli spiegano una quota enorme della performance degli indici.
Goldman stima anche una crescita robusta degli utili dell’S&P 500, con target a 8.000 punti per fine 2026. Ma il punto critico resta il ritorno sugli investimenti: la spesa globale per AI e data center è stimata in circa 765 miliardi di dollari quest’anno e potrebbe salire fino a 1.600 miliardi entro il 2031. Numeri enormi, che il mercato tollera solo se nei prossimi trimestri arrivano risultati concreti.
Tassi, valute e commodities: il rischio cambia forma
Il calo del petrolio non ha aiutato molto le borse perché il vero problema si è spostato sui tassi. I mercati stanno prezzando una Fed più aggressiva, con la possibilità di due rialzi da 25 punti base entro fine 2026. I rendimenti Treasury sono saliti, il dollaro ha toccato i massimi da circa un anno e l’euro è sceso verso 1,14. Anche l’oro ha corretto, penalizzato da dollaro forte e tassi reali più alti, mentre il rame ha sofferto il timore di rallentamento globale.
Il quadro finale è quindi meno semplice di quanto sembri. Hormuz resta un rischio, ma non è più il solo. Il petrolio scende perché le navi passano e i colloqui avanzano. Le azioni scendono perché il mercato inizia a chiedere prove concrete all’AI. In questa fase, la fiducia non dipende solo dalla pace in Medio Oriente, ma dalla capacità degli utili di giustificare valutazioni già molto esigenti.