Mercati tra nuovi record, petrolio e Fed: Wall Street compra utili, l’economia compra tempo
- 2 giorni fa
- Tempo di lettura: 4 min
Tre giorni in cui il mercato ha scelto di guardare oltre il rischio
Tra mercoledì 29, giovedì 30 aprile e venerdì 1 maggio, i mercati finanziari hanno vissuto una sequenza quasi simbolica: da una parte la guerra USA-Iran, il petrolio sopra area 100 dollari, l’inflazione europea in risalita e la Fed ancora bloccata; dall’altra Wall Street capace di aggiornare i massimi storici, sostenuta dagli utili societari e dalla forza del settore tecnologico. È stata una settimana in cui il mercato ha deciso di non ignorare il rischio, ma di prezzarlo come un rumore gestibile, almeno finché gli utili continuano a sorprendere.
Mercoledì, la scena era tutta per Jerome Powell. La riunione del 28-29 aprile è stata probabilmente la sua ultima da presidente della Federal Reserve: il mandato scade il 15 maggio e il suo successore designato, Kevin Warsh, si prepara a subentrare. Powell ha lasciato i tassi fermi nel range 3,50%-3,75%, ma il messaggio è stato tutt’altro che accomodante: l’inflazione resta elevata, anche per l’aumento dell’energia, e gli sviluppi in Medio Oriente mantengono alta l’incertezza. La Fed ha quindi scelto la linea più prudente: non tagliare, non alzare, aspettare.
Petrolio: il vero centro nervoso della settimana
Il mercato energetico è rimasto il cuore della tensione. A Fujairah, negli Emirati Arabi Uniti, le scorte di prodotti petroliferi raffinati sono scese del 6,3% nella settimana terminata il 27 aprile, arrivando a 6,982 milioni di barili: sotto quota 7 milioni e al quarto minimo storico consecutivo. Ancora più importante: secondo i dati della Fujairah Oil Industry Zone, le scorte sono crollate del 66% dall’inizio della guerra USA-Iran. È un numero che racconta meglio di molti comunicati quanto la crisi dello Stretto di Hormuz stia svuotando la capacità di assorbire shock improvvisi.
Giovedì il Brent ha toccato un picco intraday a 126,41 dollari al barile, il livello più alto da marzo 2022, dopo le indiscrezioni su nuove opzioni militari USA contro l’Iran. Poi, venerdì, la notizia di una nuova proposta iraniana agli Stati Uniti, passata attraverso mediatori pakistani, ha raffreddato parte del premio geopolitico: il Brent è sceso verso 108,78 dollari, mentre il WTI è tornato in area 101,67 dollari. Il petrolio però resta su livelli tali da alimentare inflazione, costi industriali e tensione politica.
Inflazione europea: Germania, Francia e Italia tornano a scaldarsi
Il rischio energia si è trasferito subito nei dati macro europei. In Germania, l’inflazione preliminare di aprile è salita al 2,9% annuo, dal 2,7% di marzo, mentre il dato core è sceso al 2,3%. La lettura è interessante perché dice due cose insieme: l’inflazione di fondo migliora, ma l’energia sta riaprendo il problema headline. In Francia, l’indice armonizzato è salito al 2,5%, dal 2,0% di marzo, con l’energia a +14,2% su base annua. In Italia, l’inflazione NIC è balzata al 2,8%, dall’1,7%, mentre l’indice armonizzato HICP è arrivato al 2,9%, dall’1,6%.
Non è un dettaglio tecnico. È il motivo per cui anche la BCE, giovedì, ha lasciato invariato il tasso sui depositi al 2%, ma ha avvertito che il conflitto iraniano e le interruzioni dei flussi energetici attraverso Hormuz aumentano i rischi al rialzo per l’inflazione e al ribasso per la crescita. Il Bund tedesco a 10 anni è rimasto in area 3,05%, mentre il Treasury americano decennale ha oscillato intorno al 4,38% venerdì: livelli che confermano un mercato obbligazionario non più disposto a scommettere facilmente su tagli rapidi.
Wall Street: nuovi record nonostante Fed e petrolio
Eppure l’azionario americano ha continuato a salire. Giovedì l’S&P 500 ha guadagnato l’1,0%, chiudendo a 7.209 punti; il Nasdaq è salito dello 0,9% a 24.892 punti; il Dow Jones ha fatto +1,6%, arrivando a 49.652 punti. Venerdì, a metà seduta americana, l’S&P 500 era ancora in rialzo dello 0,58% a 7.251 punti e il Nasdaq dell’1,07% a 25.159 punti, entrambi su nuovi massimi storici. La ragione principale non è stata la geopolitica, ma gli utili: le stime sulla crescita degli earnings del primo trimestre dell’S&P 500 sono salite al 27,8%, il ritmo più alto dal quarto trimestre 2021.
In Europa, venerdì molte borse erano chiuse per il Primo Maggio, inclusi i mercati Euronext di Milano e Parigi. La fotografia utile resta quindi quella di giovedì: Euro Stoxx 50 a 5.874 punti, +1,00%; FTSE MIB a 48.246 punti, +0,94%; Stoxx 600 +1,4%; DAX +1,3%; CAC 40 +0,5%. Anche qui il mercato ha assorbito inflazione e petrolio grazie al rimbalzo dell’energia e alla sensazione che, almeno per ora, lo shock non stia rompendo gli utili aziendali.
Valute e metalli: yen protagonista, oro meno brillante
Sul fronte valutario, il movimento più forte è arrivato dallo yen. Dopo il superamento di quota 160 contro dollaro, l’intervento giapponese ha spinto la valuta nipponica a un rialzo del 2,5% in una sola giornata, con il cambio sceso verso 155 yen per dollaro. È stato il miglior giorno dello yen dal 2022 e mostra quanto i governi stiano diventando sensibili agli effetti combinati di petrolio caro, valuta debole e inflazione importata.
I metalli hanno raccontato una storia più sfumata. L’oro venerdì è risalito dello 0,3% a 4.636,72 dollari l’oncia, ma resta in calo dell’1,6% sulla settimana, penalizzato da tassi reali più alti e dall’idea che le banche centrali non possano tagliare velocemente. L’argento ha invece recuperato il 3,4% a 76,26 dollari, mentre platino e palladio hanno chiuso rispettivamente a 2.002 e 1.537 dollari. I metalli industriali restano più vulnerabili: rame e comparto produttivo vivono tra scarsità strutturale, costi energetici più alti e rischio di domanda più debole.
L’economia americana cresce, ma con segnali meno puliti
Il PIL USA del primo trimestre è cresciuto del 2,0% annualizzato, meglio dello 0,5% del quarto trimestre 2025, ma sotto le attese più ottimistiche. La composizione è mista: investimenti, export, consumi e spesa pubblica hanno contribuito positivamente, ma i consumi hanno rallentato e l’indice PCE è salito al 4,5%, con il core PCE al 4,3%. Questo è il punto chiave: l’economia cresce ancora, ma lo fa con più inflazione e meno margine per la Fed.
Nel frattempo, il debito pubblico USA detenuto dal pubblico ha superato il 100% del PIL per la prima volta dal secondo dopoguerra, avvicinandosi ai livelli del 1946. Il CBO proietta il debito dal 101% del PIL nel 2026 al 120% nel 2036, con deficit strutturali e interessi che comprimono lo spazio fiscale. È un dato che non muove necessariamente il mercato in un giorno, ma cambia il contesto di lungo periodo: se crescita, tassi e debito restano tutti alti insieme, il margine di errore della politica economica si restringe.