Europa più debole, USA più resilienti: energia cara e tecnologia da record
- 25 apr
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Tre giorni in cui il mercato ha comprato speranza, ma prezzato rischio
Tra mercoledì 22 e venerdì 24 aprile i mercati finanziari hanno vissuto una delle classiche settimane in cui la direzione apparente degli indici racconta solo metà della storia. Da una parte, Wall Street ha continuato a mostrare forza, con l’S&P 500 e il Nasdaq capaci di chiudere su nuovi massimi storici. Dall’altra, petrolio, valute emergenti, inflazione britannica e tensioni nello Stretto di Hormuz hanno ricordato agli investitori che la tregua in Medio Oriente resta fragile, incompleta e soprattutto reversibile.
Il filo conduttore è stato il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran, esteso da Washington ma ancora privo di una vera architettura diplomatica stabile. Mercoledì il mercato ha reagito positivamente alla proroga, ma quasi nello stesso momento l’Iran ha sequestrato due navi nello Stretto di Hormuz, passaggio da cui transita circa un quinto delle forniture mondiali di petrolio e GNL. Venerdì, poi, il quadro si è riaperto con l’arrivo del ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi in Pakistan e con l’annuncio della partenza di Steve Witkoff e Jared Kushner verso Islamabad, anche se Teheran ha precisato di non voler incontrare direttamente i rappresentanti americani.
Wall Street resiste: il mercato guarda utili e semiconduttori
La reazione dell’azionario americano è stata quasi chirurgica: vendere il rischio nei momenti peggiori, ma ricomprare tecnologia appena compariva una finestra diplomatica. Mercoledì il Dow Jones è salito dello 0,69% a 49.490,52 punti, l’S&P 500 dell’1,05% a 7.137,91 e il Nasdaq dell’1,64% a 24.657,57. Giovedì il tono è cambiato: le speranze di un accordo rapido con l’Iran si sono raffreddate, le notizie sulla possibile uscita di Mohammad Bagher Ghalibaf dal team negoziale iraniano hanno aumentato il nervosismo, e Wall Street ha chiuso in calo con Dow -0,36%, S&P 500 -0,41% e Nasdaq -0,89%.
Venerdì, però, il mercato ha ritrovato il suo motore preferito: la tecnologia. L’S&P 500 ha chiuso a 7.165,08 punti, in rialzo dello 0,80%, mentre il Nasdaq è salito dell’1,63% a 24.836,60. Il Dow, più esposto all’economia tradizionale, ha perso lo 0,16%. La differenza l’hanno fatta i semiconduttori: Intel è balzata del 23,65% a 82,57 dollari dopo una guidance superiore alle attese, l’indice Philadelphia Semiconductor ha messo a segno la 18ª seduta positiva consecutiva e il comparto tecnologico dell’S&P 500 è salito del 2,46%. In pratica, il mercato ha scelto di credere che l’AI e gli utili possano ancora compensare il rumore geopolitico.
Europa più vulnerabile: energia, margini e crescita
L’Europa ha avuto una reazione diversa. Il Vecchio Continente resta più esposto allo shock energetico, sia per la dipendenza da importazioni sia per la sensibilità industriale ai costi di gas, petrolio e carburanti. Mercoledì lo STOXX 600 ha perso lo 0,4% a 613,88 punti, con DAX -0,3% e CAC 40 -1%, mentre venerdì l’indice paneuropeo ha ceduto un altro 0,58%, scendendo sui minimi da oltre due settimane e chiudendo la settimana con una perdita del 2,5%.
Per questo Bruxelles ha iniziato a ragionare non solo da autorità politica, ma quasi da gestore del rischio energetico. La Commissione europea ha proposto di modificare le regole fiscali per tassare l’elettricità meno del gas naturale, consentire tagli temporanei fino a zero per famiglie vulnerabili e industrie energivore, e coordinare il riempimento degli stoccaggi di gas. Il punto è delicato: gli stoccaggi europei sono pieni solo al 31%, mentre l’obiettivo prima dell’inverno è l’80%. Inoltre, l’UE sta valutando regole specifiche sulle riserve di jet fuel, perché oggi esiste un obbligo generale di 90 giorni di scorte petrolifere, ma non un requisito dedicato al carburante per l’aviazione.
Petrolio, oro, tassi e valute: la guerra entra nei prezzi
Il petrolio è rimasto il termometro più immediato del rischio. Mercoledì il WTI è salito del 3,67% a 92,96 dollari al barile e il Brent del 3,48% a 101,91 dollari. Giovedì il movimento è proseguito con WTI +3,11% a 95,85 dollari e Brent +3,10% a 105,07 dollari. Venerdì, con qualche speranza di ripresa dei colloqui, il WTI è sceso dell’1,51% a 94,40 dollari e il Brent dello 0,25% a 105,33 dollari, ma il livello resta abbastanza alto da influenzare inflazione, margini aziendali e aspettative sui tassi.
Anche il mercato obbligazionario ha mostrato tensione. Il Treasury USA a 10 anni è salito al 4,304% mercoledì e al 4,327% giovedì, mentre il trentennale è arrivato al 4,9204%. Il dollaro ha mantenuto un tono difensivo: giovedì l’indice DXY era a 98,80, con euro a 1,1684 dollari e dollaro/yen a 159,71. L’oro, dopo il recupero di mercoledì a 4.737,69 dollari l’oncia, giovedì è sceso dello 0,91% a 4.694,44 dollari: non una fuga dal rischio lineare, ma un mercato che alterna copertura, prese di profitto e reazione ai tassi reali.
Regno Unito ed emergenti: dove lo shock si vede prima
Il Regno Unito ha offerto uno dei segnali macro più importanti. L’inflazione di marzo è salita al 3,3% dal 3,0% di febbraio, mentre i carburanti hanno registrato un aumento mensile dell’8,7%, il più forte dal 2022. Ancora più rilevante, l’inflazione dei servizi è salita al 4,5%, mentre quella core è scesa solo leggermente al 3,1%. È il tipo di combinazione che mette una banca centrale in difficoltà: se alza i tassi rischia di colpire la crescita, se aspetta rischia di inseguire l’inflazione.
La pressione si è vista anche sugli emergenti importatori di energia. La rupia indonesiana ha toccato il minimo record di 17.315 per dollaro, spingendo la banca centrale a intervenire sul mercato valutario. Nelle Filippine, il peso ha perso lo 0,4% nonostante la banca centrale abbia alzato il tasso di riferimento al 4,50% per contenere l’inflazione generata dai costi energetici. È una dinamica classica: quando il petrolio resta sopra i 100 dollari, i Paesi con maggiore dipendenza dall’import energetico vengono puniti prima dalle valute e poi dai tassi.
Politica, banche centrali e conclusione
Sul fronte politico, l’UE ha approvato formalmente un prestito da 90 miliardi di euro all’Ucraina e un nuovo pacchetto di sanzioni contro la Russia, rafforzando l’idea che la sicurezza europea sia ormai un tema fiscale, militare ed energetico insieme. Negli Stati Uniti, invece, il Dipartimento di Giustizia ha chiuso l’indagine su Jerome Powell, riducendo l’incertezza sulla successione alla Fed; contemporaneamente, il segretario della Marina John Phelan non si è semplicemente dimesso, ma secondo Reuters è stato licenziato dopo contrasti sulla costruzione di nuove navi, in un momento in cui Washington sta rafforzando la presenza navale in Medio Oriente.
La sintesi dei tre giorni è quindi chiara: i mercati non stanno ignorando la guerra, ma stanno separando i vincitori dai perdenti. Tecnologia, AI e Giappone hanno continuato a beneficiare della narrativa sugli utili, con il Nikkei salito venerdì dello 0,97% a 59.716,18 punti, nuovo record di chiusura. Europa, valute emergenti, compagnie esposte al carburante e settori ciclici restano invece più vulnerabili. La tregua può bastare per far salire gli indici per qualche seduta; per cambiare davvero il quadro serviranno un accordo credibile, Hormuz più sicuro e un petrolio meno dominante nelle aspettative di inflazione.