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Mercati sospesi tra guerra, petrolio e dati reali: il weekend che ha rimesso il rischio al centro

  • 4 giorni fa
  • Tempo di lettura: 5 min

Tra sabato 18, lunedì 20 e martedì 21 aprile il mercato è tornato a guardare soprattutto una cosa: l’energia

Nel giro di poche ore il tema dominante è tornato a essere lo Stretto di Hormuz. Dopo la breve finestra di riapertura di venerdì, il passaggio è stato di nuovo di fatto bloccato, mentre la tensione tra Washington e Teheran è risalita insieme al rischio militare. I numeri spiegano bene perché i mercati abbiano reagito subito: martedì sono passate nello stretto solo 3 navi nelle ultime 24 ore, contro una media di circa 140 al giorno prima della guerra iniziata il 28 febbraio. In parallelo, restano bloccati nel Golfo 20.000 marittimi e almeno 61 superpetroliere non iraniane, di cui 50 già cariche, con fino a 2 milioni di barili ciascuna. È il classico caso in cui il mercato non aspetta il danno pienamente visibile nei dati macro: prezza prima il rischio logistico, poi quello energetico, e solo dopo quello economico.


Lunedì questo rischio si è visto in modo chiarissimo nel petrolio. Il Brent ha chiuso a 95,48 dollari al barile, in rialzo del 5,64%, mentre il WTI è salito a 89,61 dollari, con un balzo del 6,87%. Martedì il mercato ha provato a oscillare tra speranza diplomatica e paura di una nuova escalation, ma nel finale il segnale è rimasto teso: il greggio USA era di nuovo in rialzo del 3,16% a 92,44 dollari, mentre il Brent segnava 97,02 dollari, cioè +1,64%. In altre parole, il messaggio del mercato è semplice: finché Hormuz non torna davvero operativo, ogni titolo diplomatico vale meno del rischio fisico sulle rotte energetiche.


La geopolitica non si è limitata a Hormuz: anche il fronte libanese ha tolto credibilità alla tregua

Il problema, per i mercati, è che non c’è stato un solo focolaio. La tregua di 10 giorni tra Israele e Hezbollah, entrata in vigore giovedì 16 aprile, è apparsa fragile fin dall’inizio: già nelle ore successive l’esercito libanese denunciava violazioni con colpi intermittenti su villaggi del sud. Lunedì Israele ha poi consolidato la propria presenza in una fascia di territorio nel Libano meridionale, mentre martedì da Beirut sono state segnalate nuove detonazioni in almeno 8 villaggi e la permanenza di una zona controllata da Israele profonda tra 5 e 10 km lungo il confine. Per un investitore globale, questo conta molto: se la tregua sul fronte libanese traballa, diventa più difficile credere a una stabilizzazione rapida dell’intera crisi regionale.


In questo quadro si inseriscono anche le dichiarazioni di Donald Trump, che negli ultimi due giorni hanno tenuto i mercati in una specie di limbo. Da un lato Washington continua a far capire che il canale negoziale con l’Iran non è morto e che il Pakistan resta il tavolo più probabile per un nuovo round. Dall’altro, martedì Trump ha detto chiaramente di non voler estendere il cessate il fuoco, aggiungendo che l’esercito americano è “pronto a partire”. Nel frattempo il Pakistan aspetta ancora una conferma formale da Teheran sull’invio di una delegazione, mentre domenica gli Stati Uniti hanno sequestrato una nave cargo iraniana che avrebbe tentato di forzare il blocco. Teheran ha risposto parlando di “pirateria armata” e rifiutando, per ora, di fissare una nuova data per i colloqui. Qui sta il punto chiave: il mercato non sta più prezzando la pace, ma la possibilità che la diplomazia fallisca all’ultimo metro.


Eppure le Borse non sono crollate: stanno solo diventando più selettive

La reazione degli indici azionari tra lunedì e martedì è stata significativa proprio perché non è stata da panico pieno. Lunedì il Dow Jones ha perso appena 4,74 punti chiudendo a 49.442,69, l’S&P 500 ha ceduto lo 0,2% a 7.109,17 e il Nasdaq lo 0,3% a 24.404,39. In Europa lo STOXX 600 ha lasciato sul terreno lo 0,8%. Martedì il quadro è rimasto nervoso ma non disordinato: Dow -0,07% a 49.407,09, S&P 500 -0,15% a 7.098,71, mentre il Nasdaq è riuscito persino a chiudere a +0,05% a 24.415,85; lo STOXX 600 ha perso un altro 0,77%. Questo dice molto sul momento: non c’è una fuga generalizzata dal rischio, ma una riduzione dell’entusiasmo. Il mercato continua a credere che una via d’uscita diplomatica sia ancora possibile, però non la considera più imminente né lineare.


Lo stesso schema si è visto su tassi, oro e valute. Lunedì il rendimento del Treasury USA a 10 anni è salito a 4,258%, per poi portarsi martedì a 4,292%. Il dollar index è sceso lunedì a 98,07, con l’euro a 1,1785 dollari, ma martedì il biglietto verde ha ripreso terreno a 98,26, mentre l’euro è sceso a 1,1757. Intanto l’oro spot, che spesso accompagna le fasi di massima tensione, è arretrato da 4.815,29 a 4.752,02 dollari l’oncia tra lunedì e martedì. Anche qui il messaggio è chiaro: i mercati non stanno comprando una recessione immediata, ma stanno prezzando più inflazione energetica, meno tagli dei tassi e una crescita che rischia di diventare più fragile.


Intanto l’economia reale manda segnali che complicano ancora di più la lettura dei mercati

Mentre la geopolitica dominava i titoli, sono usciti anche numeri che raccontano un’economia meno debole di quanto il clima generale farebbe pensare. Negli Stati Uniti le vendite al dettaglio di marzo sono salite dell’1,7% mensile, con un balzo record del 15,5% degli incassi alle stazioni di servizio: non è un dettaglio, perché una parte della tenuta dei consumi deriva proprio dallo shock energetico, non da una crescita sana della domanda. Sempre negli USA, gli ultimi dati Fed disponibili mostrano che i prestiti commerciali e industriali delle banche sono saliti a 2.863,1 miliardi di dollari, dai 2.854,1 miliardi della settimana precedente e dai 2.662,4 miliardi di un anno prima. Non è ancora euforia creditizia, ma è un segnale di economia che continua a muoversi nonostante i costi energetici e finanziari più alti.


Anche fuori dall’Occidente arrivano segnali interessanti. In Europa le immatricolazioni di auto elettriche e ibride plug-in sono salite del 37% annuo a quasi 540.000 unità nel mese di marzo, contribuendo a portare il dato globale oltre 1,7 milioni di veicoli, +3% anno su anno; nei principali mercati europei, il Reuters video parla addirittura di un aumento di quasi un terzo nel primo trimestre. In Indonesia, gli investimenti del primo trimestre hanno raggiunto circa 497 trilioni di rupie, pari a circa 29 miliardi di dollari, con una crescita del 7% sull’anno precedente. Sono numeri importanti perché mostrano che, sotto la superficie del rumore geopolitico, il capitale continua a muoversi dove intravede crescita, trasformazione industriale e domanda futura.


La vera storia di questi giorni

La vera storia del weekend e delle sedute di lunedì 20 e martedì 21 aprile non è che i mercati abbiano “tenuto”, ma come hanno tenuto. Hanno assorbito un nuovo blocco su Hormuz, una tregua violata in Libano, il sequestro di una nave iraniana, l’incertezza sui colloqui in Pakistan e una Casa Bianca che alterna linguaggio negoziale e minaccia militare. Eppure non hanno reagito con un crollo disordinato: hanno alzato il prezzo del petrolio, irrigidito i tassi, tenuto il dollaro relativamente forte e ridotto solo in parte l’appetito per l’azionario. È la fotografia di un mercato che non si fida, ma neppure vuole ancora arrendersi allo scenario peggiore. Proprio per questo resta vulnerabile: quando le aspettative sono sospese tra accordo e escalation, basta un singolo evento a spostare di colpo prezzi, rendimenti e narrativa.

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