Hormuz, petrolio e tassi fermi: il mercato compra gli utili USA, ma resta ostaggio della geopolitica
- 28 apr
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Un weekend in cui la diplomazia ha contato più dei bilanci
Tra il weekend e le sedute di lunedì 27 e martedì 28 aprile, i mercati finanziari hanno vissuto una fase apparentemente contraddittoria: Wall Street è arrivata da nuovi massimi, ma sotto la superficie sono tornati a muoversi petrolio, tassi, dollaro e beni rifugio. Il filo conduttore è stato ancora il Medio Oriente. Sabato Trump ha cancellato il viaggio in Pakistan degli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner, giudicando troppo debole la proposta iraniana e troppo onerosa la missione diplomatica. La decisione ha ridotto le aspettative di una svolta rapida nei negoziati, proprio mentre il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi si muoveva tra Pakistan, Oman e Russia.
A rendere il quadro più fragile è arrivato anche l’attentato durante il White House Correspondents’ Dinner, con un sospetto accusato di aver tentato di uccidere Trump. Per i mercati, il punto non è solo l’episodio in sé, ma il messaggio politico: gli Stati Uniti entrano in una settimana cruciale con una tensione interna elevata, una guerra esterna ancora aperta e una banca centrale chiamata a non sbagliare comunicazione.
Hormuz resta il vero prezzo nascosto del mercato
Il passaggio decisivo è arrivato tra lunedì e martedì, quando l’Iran ha inviato agli Stati Uniti una proposta per riaprire lo Stretto di Hormuz, ma rinviando la questione nucleare a una fase successiva. In pratica, Teheran ha provato a separare il problema immediato dell’energia dal dossier strategico più pesante, cioè l’arricchimento nucleare. Washington, però, si è mostrata fredda: Trump è stato descritto come deluso dalla proposta, e il mercato ha iniziato a prezzare uno scenario di “no” o comunque di negoziato più lungo.
Il risultato si è visto subito sul petrolio. Il Brent è risalito sopra quota 111 dollari al barile, con alcune rilevazioni a 111,50 dollari e altre fino a 112,16 dollari, mentre il WTI ha toccato circa 100 dollari. Non siamo davanti a un semplice rimbalzo tecnico: il mercato sta pagando un premio per il rischio su una delle arterie energetiche più importanti del mondo. La Banca Mondiale, intanto, stima per il 2026 un aumento del 24% dei prezzi energetici legato alla guerra mediorientale, con uno scenario di Brent medio a 86 dollari ma potenzialmente fino a 115 dollari se il conflitto dovesse proseguire.
L’uscita degli Emirati dall’OPEC cambia gli equilibri dell’energia
Nel mezzo di questa tensione è arrivata una notizia strutturale: gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato l’uscita dall’OPEC e dall’OPEC+, effettiva dal 1° maggio. Gli Emirati erano tra i maggiori produttori del gruppo e puntano a maggiore flessibilità produttiva, con una capacità che può arrivare fino a circa 5 milioni di barili al giorno. Nel breve periodo, la notizia ha attenuato parte delle paure sull’offerta; nel medio periodo, però, indebolisce la capacità dell’OPEC di controllare le aspettative sui prezzi.
Azioni: America ancora più forte dell’Europa, ma con una crepa tecnologica
Sul fronte azionario, lunedì il mercato americano ha mostrato ancora forza, con S&P 500 e Nasdaq reduci da chiusure record. Martedì, però, il quadro si è raffreddato: l’S&P 500 ha perso circa lo 0,7%, il Nasdaq l’1,3%, mentre il Dow Jones è rimasto più stabile. Il movimento è interessante perché non nasce solo dal petrolio: a pesare è stata anche la vendita sui titoli legati all’intelligenza artificiale, con Nvidia a -2,9%, Broadcom a -5,2% e Micron a -5,8%.
Gli ETF confermano la fotografia intraday: SPY era in calo di circa lo 0,61%, QQQ dell’1,17%, mentre DIA era quasi invariato. In Europa, l’ETF sullo Euro Stoxx 50 segnava circa -0,67%, coerente con un mercato più sensibile al costo dell’energia e meno protetto dalla crescita degli utili tecnologici americani.
Tassi, dollaro e oro: il mercato non vede tagli immediati
La parte obbligazionaria racconta la stessa storia. Il rendimento del Treasury USA a 10 anni è salito verso il 4,34%, mentre la Federal Reserve è attesa ferma. Anche la Bank of England dovrebbe lasciare i tassi invariati al 3,75%, con un voto previsto molto prudente, mentre la Bank of Japan ha mantenuto il proprio tasso allo 0,75%, ma con 3 membri su 9 favorevoli a un rialzo. In altre parole, l’energia cara sta rendendo più difficile tagliare i tassi, anche se la crescita non è brillante.
Il dollaro è rimasto sostenuto: l’indice DXY è stato indicato in area 98,48, l’EUR/USD vicino a 1,17, mentre la sterlina è scesa dello 0,3% a 1,3488 dollari. L’oro, invece, ha corretto: spot gold in calo fino a circa 4.628 dollari l’oncia, con una perdita intorno al 2% nella seduta di martedì. È un segnale importante: in questa fase il mercato non sta comprando oro solo per paura, ma lo valuta anche contro tassi reali, dollaro e aspettative di banche centrali meno accomodanti.
Dati macro: consumatori più fiduciosi, case più deboli
Sul lato macroeconomico, gli Stati Uniti hanno mandato due segnali diversi. La fiducia dei consumatori del Conference Board è salita a 92,8 punti in aprile, da 92,2 di marzo, battendo attese più caute. È un miglioramento piccolo, ma significativo perché arriva con benzina cara e guerra ancora aperta. Tuttavia, il mercato immobiliare continua a rallentare: l’indice Case-Shiller nazionale è salito solo dello 0,7% annuo a febbraio, il 20-City Composite dello 0,9%, mentre i prezzi FHFA sono rimasti invariati su base mensile e cresciuti dell’1,7% annuo.
Il messaggio è chiaro: il consumatore americano non è ancora crollato, ma il costo del denaro e dell’energia sta raffreddando gli asset più sensibili ai finanziamenti. Questo è il punto che la Fed dovrà gestire: se taglia troppo presto rischia di riaccendere l’inflazione energetica; se resta troppo rigida rischia di comprimere credito, case e consumi.
Perché HSBC guarda più agli USA che all’Europa
In questo scenario si inserisce anche la scelta di HSBC, che ha alzato il giudizio sull’azionario USA a “overweight” e ridotto l’Europa ex-UK a “neutral”. La motivazione è concreta: negli Stati Uniti circa il 30% delle società ha già pubblicato i risultati del primo trimestre, l’84% ha battuto le attese e la sorpresa media è stata del 12%. L’Europa, invece, resta più vulnerabile al costo dell’energia e alla pressione sui margini.
La settimana, quindi, lascia un’indicazione precisa: il mercato non sta ignorando i rischi, li sta selezionando. Compra ancora America perché vede utili, tecnologia e capacità di assorbire shock. Penalizza di più Europa, oro e asset ciclici quando i tassi restano alti. E continua a guardare Hormuz come il vero interruttore del rischio globale: se si riapre, il mercato può respirare; se resta bloccato, petrolio, inflazione e banche centrali torneranno a dettare il prezzo di tutto.