Mercati tra dazi, Hormuz e utili: il rischio politico non ferma ancora Wall Street
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Il weekend in cui la politica è tornata a muovere i prezzi
Il weekend tra il 2 e il 3 maggio ha rimesso al centro dei mercati una combinazione difficile da gestire: guerra commerciale, rischio energetico e diplomazia militare. Donald Trump ha confermato l’intenzione di portare al 25% i dazi sulle auto e sui camion europei, rispetto al precedente accordo che prevedeva una soglia complessiva intorno al 15%. Per Bruxelles è un passaggio politicamente pesante: la Commissione ha respinto l’accusa americana di mancato rispetto dell’accordo e Bernd Lange, presidente della commissione commercio del Parlamento europeo, ha definito il comportamento di Trump “inaccettabile”. Il settore auto europeo ha reagito subito: l’indice europeo auto e componenti ha perso circa 2,3%, mentre Porsche, BMW, Mercedes-Benz e Volkswagen sono scese tra 2% e 3%.
Hormuz: il mercato non guarda più solo al petrolio, ma alla libertà di circolazione
Il secondo fronte è stato lo Stretto di Hormuz. Washington ha lanciato “Project Freedom” per aiutare le navi rimaste bloccate a transitare nello stretto, ma Teheran ha continuato a rivendicare un controllo diretto sulla navigazione. Secondo Reuters, gli Stati Uniti hanno dichiarato di aver distrutto 6 piccole imbarcazioni militari iraniane, mentre l’Iran ha smentito. Parallelamente, diverse navi mercantili hanno riportato esplosioni o incendi, mentre una zona petrolifera negli Emirati Arabi Uniti è stata colpita da droni attribuiti all’Iran: a Fujairah, i vigili del fuoco sono intervenuti su un impianto energetico e 3 cittadini indiani sono rimasti feriti in modo moderato.
In questo contesto è arrivata anche la notizia più delicata, ma contestata: media iraniani hanno sostenuto che missili iraniani avessero colpito o costretto alla ritirata una nave da guerra americana. Gli Stati Uniti hanno smentito in modo netto: il CENTCOM ha dichiarato che “nessuna nave della US Navy è stata colpita” e ha aggiunto che 2 navi mercantili battenti bandiera americana sono riuscite a transitare nello stretto con il supporto di cacciatorpediniere statunitensi. La differenza tra racconto iraniano e versione americana è importante: per i mercati non conta solo ciò che accade, ma anche il rischio che un episodio non verificato venga usato come pretesto per una nuova escalation.
Petrolio: l’OPEC aumenta, ma il mercato guarda alle rotte bloccate
Sul fronte energia, l’OPEC+ ha concordato in linea di principio un aumento della produzione di circa 188.000 barili al giorno per giugno. In condizioni normali sarebbe una notizia ribassista per il petrolio. Questa volta, però, l’effetto è stato limitato: secondo Reuters, l’incremento resta in gran parte teorico finché Hormuz rimane instabile, perché molti produttori del Golfo non riescono comunque a esportare normalmente. Non a caso, lunedì il Brent era salito fino a chiudere a 114,44 dollari al barile, con un rialzo del 5,8%, mentre il WTI era arrivato a 106,42 dollari, in aumento del 4,4%. Martedì, con il cessate il fuoco ancora formalmente in piedi, il Brent è poi arretrato di circa 4,0% a 109,82 dollari.
Borse: lunedì paura, martedì ritorno agli utili
La reazione delle borse è stata molto istruttiva. Lunedì Wall Street ha corretto: l’S&P 500 ha perso 0,41%, il Nasdaq 0,19% e il Dow Jones 1,13%, con gli investitori preoccupati dal rischio che la crisi del Golfo potesse riaprire una fase di guerra aperta. Martedì, però, il mercato ha cambiato narrazione: non ha ignorato il rischio geopolitico, ma ha scelto di prezzarlo insieme alla forza degli utili. L’S&P 500 è salito dello 0,89% a 7.264,87 punti, il Nasdaq dell’1,10% a 25.342,82, nuovo massimo, e il Dow dello 0,62% a 49.243,90. Il Philadelphia Semiconductor Index è balzato del 4,7%, Intel del 14% e AMD del 4,4%.
La spiegazione è nei fondamentali: secondo LSEG, gli utili aggregati del primo trimestre delle società S&P 500 sono ora attesi in crescita del 28% anno su anno, il doppio rispetto al 14% stimato a inizio aprile. È il classico mercato che dice: “il rischio esiste, ma finché gli utili accelerano, lo compro”. Anche l’Europa ha recuperato: Euro Stoxx 50 a +1,84%, DAX a +1,71%, CAC 40 a +1,08%, mentre Londra è rimasta debole con il FTSE 100 a -1,40%. In Asia, Nikkei +0,38%, Shanghai +0,11%, Hang Seng -0,76%.
Tassi, valute e oro: il mercato resta prudente sotto la superficie
Sotto la superficie azionaria, però, la prudenza resta evidente. Il rendimento del Treasury USA a 10 anni era al 4,414%, il Bund tedesco al 3,062%, il Gilt britannico al 5,048% e il decennale giapponese al 2,509%. Il dollaro si è mosso poco: il dollar index è sceso dello 0,03% a 98,437, mentre l’euro è risalito verso 1,1700 dollari. Lo yen resta fragile, con il cambio dollaro/yen intorno a 157,85, nonostante i sospetti interventi giapponesi dei giorni precedenti.
L’oro ha confermato che il mercato non è completamente sereno: il metallo è salito dello 0,8% a 4.557,56 dollari l’oncia, dopo aver toccato il minimo da oltre un mese nella seduta precedente. Il rame, più ciclico, è invece avanzato dello 0,87%, segnalando che una parte del mercato continua a scommettere su domanda industriale e resilienza macro.
Il dato macro che raffredda l’entusiasmo
L’unico vero campanello macro è arrivato dai servizi USA. L’ISM non manifatturiero è sceso a 53,6 da 54,0, restando sopra quota 50 ma mostrando un rallentamento. Soprattutto, i nuovi ordini sono caduti a 53,5 da 60,6, il calo più forte in 3 anni, mentre l’indice dei prezzi pagati è rimasto a 70,7, il livello più alto da fine 2022. È il punto centrale della settimana: l’economia non si sta fermando, ma sta diventando più costosa. Per i mercati, significa una Fed meno libera di tagliare e un equilibrio più fragile tra crescita, inflazione e rischio geopolitico.
La sintesi è questa: tra weekend e martedì, il mercato ha scelto ancora la resilienza. Ma non è una resilienza tranquilla. È una resilienza comprata sopra petrolio a 110 dollari, oro oltre 4.500 dollari, dazi al 25% e uno Stretto di Hormuz che resta il vero termometro del rischio globale.