Mercati da record, petrolio sopra 100 dollari e diplomazia sospesa sullo Stretto di Hormuz
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La settimana finisce con un mercato che compra tecnologia e speranza
La seconda parte della settimana ha mostrato un mercato finanziario ancora disposto a guardare oltre il rumore geopolitico, ma non a ignorarlo. Da una parte, Wall Street ha aggiornato i massimi storici, l’Asia ha continuato a correre grazie ai semiconduttori e il FTSE MIB ha toccato nuovi record. Dall’altra, lo Stretto di Hormuz è rimasto il centro nervoso del rischio globale: gli Stati Uniti e l’Iran hanno continuato a scambiarsi colpi, mentre la diplomazia provava a costruire un accordo di breve termine. Il risultato è stato un equilibrio fragile: azioni in rialzo, petrolio ancora sopra quota 100 dollari, dollaro più debole e yen in rafforzamento.
Asia: la nuova geografia del rally passa dai chip
Il segnale più forte è arrivato dall’Asia. La Corea del Sud ha vissuto una fase quasi storica: il KOSPI ha superato quota 7.000 punti per la prima volta, sostenuto dal rally dei semiconduttori e da Samsung, salita del 12-13% nelle sedute chiave e ormai sopra la soglia simbolica di 1.000 miliardi di dollari di capitalizzazione. Reuters ha segnalato anche nuovi massimi per gli indici MSCI globali, emergenti e Asia ex-Japan, confermando che il tema AI non è più soltanto americano, ma sempre più asiatico. Sulla Cina bisogna essere leggermente più precisi: i listini domestici hanno continuato a recuperare, con il CSI 300 sui massimi da inizio 2022 e la quinta settimana consecutiva positiva, ma non tutti i principali indici cinesi risultano formalmente su massimo storico. Il messaggio di mercato, però, è chiaro: tecnologia, AI e semiconduttori stanno ridisegnando la leadership azionaria globale.
Wall Street: Nasdaq da record, lavoro solido e Fed più paziente
Negli Stati Uniti la narrativa è stata ancora più netta. Venerdì l’S&P 500 ha chiuso a 7.398,93 punti, in rialzo dello 0,84%, mentre il Nasdaq ha guadagnato l’1,71% fino a 26.247,08 punti. Il Dow Jones è rimasto quasi fermo, a 49.609,16 punti, ma il mercato vero era nei chip: Micron e Sandisk sono salite di oltre il 15%, mentre l’indice dei semiconduttori di Philadelphia ha accumulato un progresso di circa 55% nel trimestre. A sostenere il movimento è arrivato anche il mercato del lavoro: ad aprile gli Stati Uniti hanno creato 115.000 posti, contro attese intorno a 55.000, con disoccupazione ferma al 4,3%. È un dato che rafforza l’idea di economia resiliente, ma rende meno probabile una Fed aggressiva sui tagli dei tassi.
Europa: Milano ai massimi, Germania ancora fragile
In Europa il quadro è stato più selettivo. Il FTSE MIB ha superato area 49.100 punti, aggiornando i massimi storici e confermando la forza relativa di Piazza Affari, sostenuta da banche, industriali e dalla rotazione verso mercati con valutazioni ancora meno estreme rispetto agli Stati Uniti. Anche l’MSCI World ha raggiunto il record di 1.108,94 punti, spinto dagli utili globali: su 1.060 società dell’indice, la crescita degli utili è stata del 22% anno su anno, sopra le attese di circa 6,3 punti percentuali. La nota più debole è arrivata dalla Germania: la produzione industriale di marzo è scesa dello 0,7% mese su mese, mentre gli analisti si aspettavano un aumento dello 0,5%. È un dato piccolo nei numeri, ma pesante nel significato: l’industria tedesca resta il punto debole della ripresa europea.
Hormuz: la diplomazia tiene, ma il rischio resta sul prezzo del petrolio
Il mercato ha comprato l’ipotesi di un accordo tra Stati Uniti e Iran, ma non ha potuto prezzare una normalizzazione completa. Teheran ha detto di volere un accordo “equo e complessivo”, mentre Washington attende ancora una risposta formale alla proposta. Secondo le ricostruzioni disponibili, il piano prevederebbe una tregua temporanea, con una finestra negoziale tra 30 e 60 giorni, utile a fermare la guerra, riaprire lo Stretto di Hormuz e rinviare i nodi più difficili sul nucleare e sulle sanzioni. Trump ha sospeso temporaneamente “Project Freedom”, cioè l’operazione per forzare la riapertura del canale, proprio per non interrompere i progressi diplomatici. Ma gli scambi di colpi tra forze Usa e Iran nel Golfo hanno ricordato che il cessate il fuoco resta reversibile.
Petrolio, yen e tassi: il mercato non è euforico, è protetto
Il petrolio ha raccontato meglio di tutti questa tensione. Il Brent ha chiuso a 101,29 dollari al barile, in rialzo dell’1,2% venerdì ma in calo del 6,4% sulla settimana; il WTI si è fermato a 95,42 dollari, anch’esso sotto pressione rispetto ai picchi precedenti. Il dollaro si è indebolito per la seconda settimana consecutiva, mentre lo yen ha continuato a salire, sostenuto sia dalla ricerca di protezione sia dal sospetto di interventi giapponesi sul mercato valutario. Sul fronte obbligazionario, il Treasury decennale Usa è sceso verso il 4,356%, segnale che gli investitori continuano a comprare copertura anche mentre gli indici azionari fanno nuovi record.
Conclusione: record sì, ma con premio al rischio ancora alto
La settimana si chiude quindi con una fotografia potente: Nasdaq, S&P 500, MSCI World, Corea del Sud e FTSE MIB sui massimi o vicini ai massimi, mentre petrolio, yen e Treasury ricordano che il rischio geopolitico non è scomparso. L’accordo Usa-Iran sembra più vicino, ma non ancora firmato; Israele e Libano terranno nuovi colloqui a Washington il 14-15 maggio, altro tassello di una stabilizzazione regionale ancora incompleta. I mercati stanno scommettendo su tre forze: AI, utili societari e diplomazia. Finché queste tre colonne reggono insieme, il rally può continuare. Ma se anche una sola dovesse incrinarsi, i record di oggi potrebbero trasformarsi rapidamente in una nuova prova di stress.