Fed, petrolio e Big Tech: tre giorni di mercati senza una direzione unica
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Tra il 29 e il 31 luglio, i mercati finanziari hanno attraversato una sequenza di shock contrastanti. Prima la Federal Reserve ha deluso chi cercava indicazioni chiare sui tassi; poi le tensioni in Medio Oriente hanno riportato il petrolio sopra una soglia psicologica importante; infine, i risultati delle grandi società tecnologiche hanno trasformato Wall Street in un mercato dominato da movimenti estremi e selettivi. Più che un semplice passaggio dalla paura all’ottimismo, è stata una continua rotazione tra inflazione, geopolitica e intelligenza artificiale.
La Fed resta ferma, ma il mercato vede nuovi rialzi
La Federal Reserve ha mantenuto il tasso di riferimento nel corridoio 3,50%-3,75%, ma la decisione è stata approvata con un insolito voto 9-3. Tre membri avrebbero preferito un aumento immediato di un quarto di punto: un dissenso che ha reso la pausa molto più restrittiva di quanto suggerisse il comunicato.
Wall Street ha reagito con vendite diffuse. Il Dow Jones ha perso il 2,19%, lo S&P 500 l’1,52% e il Nasdaq l’1,74%. La reazione non è dipesa soltanto dall’assenza di un rialzo, ma dalla difficoltà del nuovo presidente della Fed, Kevin Warsh, nel fornire una traiettoria leggibile. Gli investitori hanno iniziato a temere che rimandare l’intervento possa obbligare la banca centrale a irrigidire la politica monetaria più avanti.
La tensione si è trasferita sulle obbligazioni. Venerdì il Treasury decennale ha toccato il 4,747%, mentre il trentennale è salito al 5,25%, massimo da quasi due decenni. La curva segnala quindi non soltanto tassi elevati più a lungo, ma anche dubbi sulla capacità della Fed di ricondurre stabilmente l’inflazione verso il target.
Il petrolio riporta la geopolitica al centro
A complicare il lavoro della banca centrale è stata l’energia. La ripresa degli attacchi statunitensi e sauditi contro gruppi sostenuti dall’Iran in Iraq, insieme alle minacce contro navi e infrastrutture regionali, ha riaperto il premio geopolitico sul greggio.
Il Brent è balzato del 7,91%, chiudendo a 90,74 dollari al barile. Il movimento è stato amplificato dal calo delle scorte statunitensi e dalle difficoltà di navigazione nello Stretto di Hormuz, mentre anche la rotta alternativa attraverso Bab el-Mandeb è rimasta esposta agli attacchi degli Houthi.
Il petrolio è così tornato a essere contemporaneamente una materia prima, una tassa sui consumatori e un indicatore di rischio geopolitico. Prezzi stabilmente vicini ai 90 dollari rendono più difficile il rallentamento dell’inflazione, comprimono il reddito disponibile e aumentano i costi di trasporto e produzione. È questa combinazione a spiegare perché i rendimenti siano rimasti elevati anche durante il rimbalzo azionario.
L’intelligenza artificiale divide Wall Street
Il secondo grande tema è stato il ritorno di una dispersione estrema tra le Big Tech. Meta ha riaperto i dubbi sulla sostenibilità degli investimenti nell’intelligenza artificiale, indicando spese in conto capitale comprese tra 130 e 145 miliardi di dollari. Il problema non era la crescita dei ricavi, ma la pressione sulla generazione di cassa: il mercato vuole prove concrete del rendimento prodotto dai nuovi data center.
Microsoft ha offerto la risposta opposta. Previsioni migliori delle attese per cloud e vendite hanno spinto il titolo di oltre il 15%, creando circa 450 miliardi di dollari di capitalizzazione in una sola seduta. Grazie a questo movimento, il Nasdaq ha recuperato il 2,78% e lo S&P 500 l’1,66% nella giornata di giovedì.
La stessa divisione è riemersa venerdì. Amazon è salita di oltre il 15% dopo la migliore crescita trimestrale dei ricavi in più di quattro anni, mentre Apple ha ceduto il 7,4% dopo avere segnalato vincoli nella disponibilità di componenti. Non esiste quindi un unico “trade sull’AI”: il mercato premia chi dimostra crescita, monetizzazione e controllo degli investimenti, penalizzando chi presenta costi elevati o problemi di esecuzione.
Crescita più debole, inflazione ancora scomoda
I dati macroeconomici hanno confermato un quadro ambiguo. Il PIL statunitense è cresciuto nel secondo trimestre a un ritmo annualizzato dell’1,5%, sotto il 2,1% atteso. Il rallentamento è stato influenzato soprattutto dalle importazioni e dal calo delle scorte, mentre consumi e investimenti in infrastrutture legate all’intelligenza artificiale sono rimasti solidi.
Anche l’inflazione ha inviato un segnale misto. L’indice PCE è rallentato al 3,7% annuo e il dato core al 3,3%, ma entrambi restano nettamente sopra l’obiettivo della Fed. Inoltre, il dato fotografava un periodo precedente alla nuova impennata del petrolio. Il mercato lo ha quindi interpretato come un miglioramento fragile, non come l’inizio certo di una discesa duratura dei prezzi.
Valute e Asia: interventi e movimenti estremi
Sul mercato valutario, il dollaro ha subito una brusca correzione contro lo yen, scendendo fino a 158,34 dopo un movimento di circa il 3%, attribuito dagli operatori a un intervento delle autorità giapponesi. L’azione ha frenato temporaneamente la debolezza della valuta nipponica, senza però risolvere il divario strutturale tra le politiche monetarie dei due Paesi.
Dalla Cina è arrivato un segnale negativo per le materie prime industriali: il PMI manifatturiero ufficiale è sceso a 49,2, tornando sotto la soglia che separa espansione e contrazione. La debolezza degli ordini e della domanda interna ha raffreddato le prospettive per rame, minerale di ferro e altri materiali legati alla produzione.
In Corea del Sud, al contrario, il KOSPI ha registrato un rimbalzo record del 17,91%, dopo il pesante crollo dei titoli tecnologici nelle sedute precedenti. Il movimento ha mostrato quanto l’esposizione ai semiconduttori stia amplificando ogni variazione delle aspettative sull’AI.
Un mercato più forte, ma non più stabile
La settimana si è chiusa con indici azionari in recupero, ma con rischi ancora elevati. Il petrolio ha incorporato la geopolitica, la Fed ha spinto verso l’alto i rendimenti e le trimestrali hanno premiato soltanto alcune società tecnologiche. Anche l’oro ha perso l’1,26% venerdì, penalizzato dall’aumento dei tassi reali nonostante le tensioni internazionali.
Il punto centrale è che azioni, obbligazioni e materie prime stanno reagendo a forze diverse. Finché petrolio, inflazione e investimenti nell’intelligenza artificiale continueranno a muoversi in direzioni opposte, gli indici potranno salire senza che il rischio complessivo diminuisca davvero.