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Bab el Mandeb, dazi USA e inflazione: i mercati tornano a prezzare lo shock geopolitico

25 lug
Tempo di lettura: 5 min

Tra mercoledì 22 e venerdì 24 luglio, i mercati finanziari hanno dovuto assorbire una combinazione particolarmente scomoda: nuova escalation militare in Medio Oriente, minacce alle principali rotte energetiche, rendimenti obbligazionari in rialzo e una brusca revisione delle aspettative sulla tecnologia statunitense.

Il risultato non è stato un semplice movimento generalizzato di avversione al rischio. Energia, difesa e parte dell’azionario europeo hanno mostrato una relativa tenuta, mentre Wall Street, titoli di Stato e metalli preziosi hanno evidenziato quanto velocemente il rischio geopolitico possa trasmettersi all’inflazione, alle politiche monetarie e alle valutazioni azionarie.


Il rischio si sposta da Hormuz a Bab el-Mandeb

La variabile decisiva è stata ancora una volta il petrolio. Quattro petroliere cariche di greggio saudita e dirette verso l’Asia hanno invertito la rotta nel Mar Rosso dopo le minacce degli Houthi, proprio mentre gli Stati Uniti proseguivano gli attacchi contro obiettivi iraniani.

La crisi non riguardava quindi più soltanto lo Stretto di Hormuz. Anche Bab el-Mandeb, passaggio fondamentale tra il Mar Rosso e il Golfo di Aden, è tornato al centro delle preoccupazioni degli operatori. Una sua eventuale chiusura costringerebbe molte navi a circumnavigare l’Africa, allungando i tempi di viaggio e aumentando costi di trasporto, assicurazioni e domanda di carburante.

La rivendicazione Houthi dell’attacco contro due petroliere saudite ha trasformato la minaccia in un rischio concreto. Il Brent è così balzato a 100,69 dollari al barile, con un rialzo giornaliero superiore al 7%. Il mercato ha iniziato a prezzare la possibilità che due arterie energetiche del Medio Oriente possano essere compromesse contemporaneamente.

Venerdì il greggio ha corretto fino a 96,78 dollari, ma il movimento non ha cancellato il premio geopolitico accumulato. La volatilità racconta bene la fragilità del mercato: le indiscrezioni diplomatiche possono provocare rapide correzioni, ma l’offerta rimane esposta a rotte più lunghe, minori esportazioni e possibili interruzioni fisiche.


Energia e difesa sostengono l’Europa

In questo contesto l’azionario europeo ha inizialmente mostrato una resilienza superiore a Wall Street. Lo STOXX 600 ha guadagnato lo 0,6% mercoledì, raggiungendo il massimo delle ultime due settimane. Energia, aerospazio e difesa hanno beneficiato direttamente dell’aumento del greggio e delle tensioni internazionali, compensando la debolezza del comparto tecnologico.

La seduta successiva ha riportato le vendite anche sui listini europei, ma venerdì l’indice ha recuperato. Il quadro rimane comunque ambiguo: i maggiori ricavi delle società energetiche sostengono una parte del mercato, mentre i settori più dipendenti dai consumi e dal credito devono affrontare costi produttivi e finanziari crescenti.

L’aumento del petrolio non rappresenta infatti soltanto un vantaggio per i produttori. Per l’economia europea significa maggiori costi delle importazioni, pressione sulle imprese industriali e un possibile peggioramento del potere d’acquisto delle famiglie.


Wall Street scopre il costo dell’intelligenza artificiale

Negli Stati Uniti il principale shock azionario è arrivato dalle Big Tech. Tesla ha perso circa il 14% dopo aver registrato il primo consumo di cassa in due anni, mentre Alphabet è scesa di circa il 7%. La società controllante di Google ha inoltre portato a 200 miliardi di dollari il proprio piano annuale di investimenti, principalmente legato all’intelligenza artificiale.

Il problema non è l’assenza di crescita, ma il prezzo necessario per sostenerla. Dopo mesi durante i quali il mercato aveva premiato quasi automaticamente gli investimenti nell’AI, gli azionisti hanno iniziato a chiedere quando questa spesa si tradurrà in flussi di cassa adeguati.

Il Nasdaq ha così ceduto circa il 2,2%, mentre l’S&P 500 ha perso l’1,2%. Il calo non è stato quindi soltanto una conseguenza del conflitto: petrolio e rendimenti hanno agito da acceleratore su valutazioni tecnologiche già molto elevate.

Venerdì il recupero è rimasto incompleto. I settori più tradizionali hanno trovato maggiore stabilità, mentre la tecnologia ha continuato a sottoperformare. La divergenza suggerisce che gli investitori non stiano abbandonando completamente l’azionario, ma stiano diventando più selettivi sulla sostenibilità finanziaria del ciclo tecnologico.


BCE ferma, ma il mercato guarda ai prossimi rialzi

La BCE ha mantenuto il tasso sui depositi al 2,25%, dopo l’aumento deciso a giugno, lasciando però aperta la porta a nuove strette monetarie. Francoforte ha sottolineato che l’impatto inflazionistico completo dello shock energetico deve ancora manifestarsi e che sarà necessario monitorare anche gli effetti indiretti su salari, servizi e aspettative.

La scelta della BCE descrive bene il dilemma delle banche centrali. Un’economia debole suggerirebbe prudenza, ma una nuova impennata dell’energia può rendere pericoloso allentare le condizioni finanziarie troppo presto. Il mercato ha quindi continuato a considerare probabili ulteriori aumenti dei tassi entro la fine dell’anno.

La tensione si è trasferita immediatamente sui titoli di Stato. Il rendimento del Treasury decennale statunitense si è attestato al 4,679%, mentre quello trentennale ha raggiunto il 5,163%, vicino ai massimi degli ultimi diciannove anni. Anche il Bund tedesco è rimasto in prossimità dei livelli più elevati dal 2011.

Rendimenti così alti aumentano il costo del capitale e riducono l’attrattiva relativa delle azioni, soprattutto dei titoli tecnologici il cui valore dipende da profitti attesi molto lontani nel tempo.


Oro e valute: il rifugio non è automatico

Lo shock geopolitico non ha favorito in modo lineare i beni rifugio. L’oro era salito dell’1,7% mercoledì, sostenuto dalla debolezza del dollaro e dagli acquisti difensivi, ma il giorno successivo ha perso oltre il 2%.

Il rialzo del petrolio ha infatti rafforzato le aspettative di tassi più elevati, penalizzando un’attività che non offre interessi. Anche argento, platino e palladio hanno risentito della crescita dei rendimenti e del rafforzamento della valuta americana.

Sul mercato valutario il dollaro ha beneficiato del differenziale dei tassi statunitensi. L’euro ha chiuso la settimana in calo di circa lo 0,6%, mentre lo yen è rimasto vicino ai minimi degli ultimi quarant’anni. La forza del dollaro ha aggiunto pressione sulle materie prime denominate nella valuta americana e sulle economie maggiormente dipendenti dalle importazioni energetiche.


Dazi e crescita completano il quadro

A complicare ulteriormente lo scenario sono arrivati i nuovi dazi statunitensi, compresi tra il 10% e il 12,5%, applicati alle importazioni provenienti da 60 partner commerciali, inclusi Unione Europea e Cina.

Le esenzioni previste per energia, fertilizzanti e alcuni minerali critici hanno limitato la reazione immediata, ma la misura ha aggiunto un ulteriore rischio inflazionistico e ha confermato il ritorno del protezionismo come elemento strutturale dello scenario economico mondiale.

Allo stesso tempo, il PMI composito statunitense è salito a 53,6, indicando che l’economia americana continua a espandersi. La solidità dei servizi e dell’occupazione riduce però lo spazio per una politica monetaria più accomodante, soprattutto mentre petrolio, dazi e strozzature logistiche minacciano di alimentare nuovamente i prezzi.

I mercati hanno quindi concluso il periodo davanti a un equilibrio precario: la crescita non è ancora scomparsa, ma il suo costo sta aumentando. Energia più cara, rendimenti elevati e investimenti tecnologici sempre più onerosi stanno trasformando il rischio geopolitico in un problema direttamente finanziario.

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