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Obbligazioni in crescita, economia in rallentamento?

  • rizziandrea4
  • 21 ott 2025
  • Tempo di lettura: 4 min

Da agosto ad oggi i titoli di Stato hanno ripreso valore, mentre la domanda globale perde forza. Gli investitori stanno fiutando un rallentamento o solo proteggendosi dai rischi?


Negli ultimi mesi il mercato obbligazionario ha cambiato pelle. Dopo un lungo periodo dominato da rendimenti elevati e prezzi depressi, le obbligazioni stanno tornando al centro dell’attenzione — sia negli Stati Uniti, dove il movimento è iniziato in estate, sia in Europa, dove la tendenza si è estesa da inizio ottobre. È un ritorno di fiamma che racconta molto di più di quanto sembri: dietro il rialzo dei prezzi dei bond, si muovono le paure (e le speranze) dell’economia globale.


1. L’estate del ritorno ai Treasury

Ad agosto, il rendimento del decennale americano viaggiava attorno al 4,4 %; oggi è sceso intorno al 3,95 %, riportandosi ai livelli di aprile. Un calo di 55 punti base che, tradotto in termini di prezzo, significa un rialzo medio del +3 % / +4 % per i Treasury di durata intermedia e fino al +8 % per quelli trentennali. In pratica, chi ha comprato bond statunitensi in agosto ha già visto rivalutarsi il proprio portafoglio.


Dietro questa dinamica c’è un cambio di prospettiva. Gli operatori hanno iniziato a scommettere che la Federal Reserve non solo ha concluso la fase restrittiva, ma potrebbe persino tagliare i tassi nel 2026. Il mercato, insomma, sta anticipando una fase di rallentamento economico e preferisce tornare ai beni rifugio.


Anche la domanda istituzionale è tornata a crescere: i fondi obbligazionari USA hanno registrato afflussi per oltre 25 miliardi di dollari da inizio settembre, il livello più alto da un anno. Un segnale che il sentiment è cambiato.


2. L’eco europea: il rally dei Bund e dei BTP

La scia americana ha attraversato l’Atlantico. Da inizio ottobre, i rendimenti dei titoli di Stato europei sono scesi di circa 30–40 punti base: il Bund tedesco a 10 anni è passato dal 2,75 % al 2,55 %, mentre il BTP italiano di pari durata è sceso dal 3,60 % al 3,34 %.Anche qui, tradotto in prezzi, si parla di guadagni tra il 2 e il 5 % in poche settimane.


La spinta è duplice: da un lato la percezione che la BCE non potrà mantenere i tassi attuali a lungo; dall’altro la crescente incertezza macroeconomica che ha riportato capitali verso i titoli “sicuri”. Il risultato è un movimento sincronizzato tra USA ed Europa: le obbligazioni salgono perché gli investitori cercano protezione — e questo, di solito, accade quando la fiducia sulla crescita inizia a indebolirsi.


3. Il rallentamento della domanda globale

Fuori dai mercati finanziari, gli indicatori dell’economia reale mostrano un quadro coerente.Il petrolio Brent, barometro della domanda mondiale, è sceso da 74 dollari al barile a inizio agosto a circa 62 dollari nella terza settimana di ottobre: –16 % in due mesi. Non si tratta di un crollo speculativo, ma di un segnale strutturale: la crescita dei consumi energetici globali è rallentata a meno di +0,7 milioni di barili al giorno nel 2025, contro +2 milioni lo scorso anno (dati IEA).


Anche la Cina, motore dell’industria mondiale, ha deluso le attese: nel terzo trimestre il PIL è cresciuto del +4,8 %, contro il +5,2 % del precedente. Un rallentamento che pesa su esportazioni, materie prime e fiducia globale. Parallelamente, alcuni indici di trasporto marittimo e di produzione manifatturiera sono tornati in territorio negativo: meno merci in movimento significa meno domanda effettiva.


4. Le nuove minacce al commercio USA-Cina

A peggiorare il quadro si aggiungono le tensioni commerciali tra Washington e Pechino. La nuova amministrazione americana ha minacciato tariffe fino al 100 % su alcuni prodotti tecnologici e metallurgici cinesi, se non verrà trovato un accordo entro novembre. La risposta cinese non si è fatta attendere: restrizioni sulle esportazioni di terre rare e materie critiche, fondamentali per l’elettronica e la transizione green.


Secondo le stime della WTO, il rischio di un’escalation duratura potrebbe ridurre il PIL globale fino al 7 % nel lungo periodo. E già oggi oltre 35 miliardi di dollari di tariffe aggiuntive gravano su aziende americane, europee e asiatiche. Non sorprende quindi che i mercati reagiscano cercando rifugio nei bond: la tensione commerciale agisce come una tassa invisibile sulla crescita futura.


5. Rallentamento o semplice cautela?

A questo punto, la domanda è inevitabile: i mercati obbligazionari stanno anticipando un vero e proprio rallentamento globale, o si tratta solo di prudenza temporanea?

Gli argomenti a favore della prima ipotesi sono solidi:


  • il calo sincronizzato dei rendimenti su tutte le scadenze;

  • la flessione del petrolio e degli indicatori reali;

  • l’aumento della domanda per asset difensivi come oro e bond governativi.


D’altra parte, non siamo ancora di fronte a una recessione conclamata:


  • la crescita resta positiva in USA e Cina, seppur più lenta;

  • i consumi interni tengono;

  • le banche centrali dispongono di margini per alleggerire la stretta monetaria.


In altre parole, non è ancora allarme rosso, ma un segnale giallo lampeggiante: gli investitori si stanno coprendo prima di sapere se la tempesta arriverà davvero.


Cosa può significare per i portafogli

Per chi investe, questa fase può rappresentare un’opportunità tattica. Le obbligazioni tornano a offrire rendimento e protezione, soprattutto quelle di alta qualità (Treasury, Bund, BTP). Allo stesso tempo, la debolezza delle materie prime e dei mercati ciclici suggerisce di mantenere una strategia prudente e ben diversificata, evitando eccessi di esposizione sui settori più sensibili al commercio globale.


Che si tratti di premonizione o di cautela, il messaggio del mercato è chiaro: la fiducia nell’espansione continua si sta incrinando. E quando le obbligazioni tornano a salire, spesso non è un caso — ma un avvertimento.

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