Mercati in apnea tra Pasqua e tregua: il vero segnale non è il rimbalzo, ma la fragilità
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Nel weekend di Pasqua e nelle prime tre sedute della settimana i mercati hanno avuto un comportamento quasi sospeso, come se per alcuni giorni avessero smesso di fare previsioni sull’economia e si fossero limitati a calcolare una sola cosa: la probabilità che la crisi tra Stati Uniti e Iran degenerasse ancora. Venerdì 3 aprile Wall Street è rimasta chiusa per il Good Friday, mentre lunedì 6 aprile diverse piazze europee, tra cui Londra, erano ancora ferme per l’Easter Monday. In mezzo, pochi dati, meno scambi del normale e un mercato costretto a ragionare quasi soltanto per titoli geopolitici, ultimatum e indiscrezioni diplomatiche.
Il filo conduttore di questi giorni è stato Donald Trump, che ha continuato ad alzare la pressione su Teheran, legando la sospensione di nuovi attacchi alla riapertura dello Stretto di Hormuz. Non è un passaggio tecnico: da lì transita circa il 20% dei flussi mondiali di petrolio e gas, e basta questa cifra per capire perché il mercato abbia reagito con tanta violenza a ogni frase proveniente da Washington. Martedì 7 aprile l’idea prevalente era ancora quella dello scenario peggiore: petrolio alto, inflazione più ostinata, crescita sotto pressione e banche centrali costrette a restare rigide più a lungo del previsto. In quelle ore gli investitori non stavano comprando o vendendo solo un asset, ma il prezzo di una possibile escalation energetica globale.
La diplomazia, però, non è sparita. Anzi, è tornata al centro proprio quando sembrava troppo tardi. Secondo Reuters, i colloqui erano quasi saltati del tutto e l’Iran aveva inizialmente opposto una forte resistenza alla proposta di tregua, mentre un attacco a un impianto petrolchimico saudita rischiava di far crollare anche l’ultimo tavolo negoziale. In quel passaggio il Pakistan è stato il vero mediatore decisivo, con il premier Shehbaz Sharif e i vertici militari impegnati a tenere aperto un filo diretto con Washington, Teheran e gli attori regionali. L’Europa, invece, ha avuto un ruolo più di sostegno politico e diplomatico: appoggio alla de-escalation, invito a consolidare la tregua e pressione per riaprire in sicurezza le rotte marittime. Non è poco, ma la differenza è chiara: Islamabad ha cercato di evitare il collasso dei negoziati, Bruxelles ha provato a renderli più credibili.
Nel frattempo, mentre i listini aspettavano, l’economia reale stava già assorbendo il colpo. La Commissione europea ha ricordato che attraverso Hormuz passa l’8,5% del GNL importato dall’UE, il 7% del petrolio e addirittura il 40% di jet fuel e diesel. In Italia il problema si è visto subito: tra il 2 e il 9 aprile quattro aeroporti — Milano Linate, Venezia, Treviso e Bologna — hanno dovuto gestire disponibilità limitata di carburante per aerei, poi compensata con forniture alternative. E non è stato un caso isolato. In Slovacchia restano in vigore misure straordinarie sul diesel, con limiti alle vendite nelle stazioni di servizio e altre cautele anti-carenza. Quando si parla di crisi energetica, quindi, non si parla solo di Brent o WTI, ma di logistica, scorte, voli, prezzi alla pompa e approvvigionamenti quotidiani.
Poi è arrivato mercoledì 8 aprile, e con lui la classica reazione di sollievo. La tregua annunciata oggi ha prodotto un rimbalzo netto perché il mercato si era spinto molto vicino a prezzare un disastro più grave. Lo STOXX 600 è salito del 3,7%, il DAX del 4,7%, il CAC 40 del 4,5% e il FTSE 100 del 2,5%. A Wall Street il Dow Jones ha guadagnato il 2,82%, lo S&P 500 il 2,58% e il Nasdaq il 3,05%. Sul fronte energia, il movimento è stato ancora più violento: il Brent è sceso del 12,42% a 95,70 dollari, mentre il WTI ha perso il 15,01% tornando a 96 dollari. Il messaggio è intuitivo: meno rischio su Hormuz significa meno pressione su carburanti, inflazione e tassi. Ma sarebbe un errore leggere questo rimbalzo come il ritorno alla normalità.
Il motivo è semplice: la tregua del 8 aprile è fragile già nel giorno in cui nasce. Reuters parla di un accordo di 2 settimane, non di una soluzione strutturale. Teheran ha accettato di partecipare ai colloqui, ma continua a muoversi con estrema cautela e diffidenza, segno che il rifiuto iniziale non è stato davvero superato, ma solo congelato. Anche i mercati dell’energia restano lontani da una piena normalizzazione: secondo Reuters, nel Golfo rimangono bloccati circa 130 milioni di barili di greggio e 46 milioni di barili di prodotti raffinati, mentre pure in uno scenario più disteso l’offerta globale potrebbe restare inferiore di 3-5 milioni di barili al giorno rispetto al periodo prebellico. Insomma, il mercato oggi ha festeggiato la riduzione del rischio immediato, non la fine del problema.
A rendere il quadro ancora più interessante c’è il dato macro più importante di questi giorni, arrivato quasi in sordina: l’ISM non manifatturiero statunitense. A marzo l’indice è sceso a 54,0 da 56,1, restando sopra la soglia di 50 ma mostrando un evidente raffreddamento. Il dettaglio, però, è ancora più eloquente: Business Activity a 53,9, New Orders a 60,6, Employment in contrazione a 45,2 e Prices a 70,7, massimo da ottobre 2022. Tradotto: la domanda tiene, ma l’occupazione rallenta e i costi accelerano. È una combinazione scomoda, perché racconta un’economia che non crolla ma che rischia di diventare più inflazionistica proprio mentre la fiducia si fa più fragile. Ecco perché, dietro il rimbalzo di oggi, il messaggio dei mercati resta prudente: la tregua ha evitato il peggio, ma non ha cancellato né il rischio geopolitico né quello macroeconomico.