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Il nome non basta (ETF, PAC, Certificato, ecc.): conta il sottostante, il contesto e la protezione che metti accanto ai tuoi investimenti

  • rizziandrea4
  • 16 gen
  • Tempo di lettura: 3 min

Per molti investitori alle prime armi, la sensazione di “aver fatto un buon investimento” nasce nel momento in cui scelgono un nome: un ETF “globale”, un PAC automatico, un certificato con barriera, un fondo obbligazionario “prudente”. È un meccanismo psicologico comprensibile: di fronte alla complessità dei mercati, il cervello cerca scorciatoie e si affida all’etichetta dello strumento.


Il problema è che il nome non dice quasi nulla su ciò che stai davvero comprando e soprattutto su quello che succederà. Quello che determina il risultato nel tempo non è se stai usando un ETF, un PAC o un certificato, ma il sottostante, il contesto di mercato e come quel rischio viene bilanciato all’interno del portafoglio.


1. Il sottostante: l’unica cosa che stai davvero comprando


ETF, PAC e certificati sono contenitori. Quello che conta è cosa c’è dentro.

Un ETF azionario globale, oggi, ha circa il 60–65% di esposizione agli Stati Uniti, con una forte concentrazione su pochi grandi titoli tecnologici. Un PAC costruito su quello stesso ETF non cambia la natura del rischio: diluisce il timing, ma non elimina la dipendenza dal ciclo azionario USA.


Lo stesso vale per i certificati. Un certificato con barriera e cedola può sembrare difensivo, ma se il sottostante è un paniere azionario ciclico o un singolo titolo volatile, il rischio resta tutto lì. Se quel sottostante perde il 30–40%, la protezione può saltare, indipendentemente dalla struttura del prodotto.


Il contenitore non neutralizza il comportamento del sottostante. Se il sottostante soffre, soffri anche tu — ETF, PAC o certificato che sia.


2. Il contesto di mercato: ciò che rende “giusto” o “sbagliato” uno strumento


Molti investitori utilizzano strumenti corretti nel momento sbagliato. E questo non è market timing raffinato, è assenza di lettura del contesto.


Negli ultimi anni abbiamo vissuto contesti molto diversi:


  • 2012–2019: inflazione sotto il 2% e tassi in calo → ETF obbligazionari e fondi a reddito fisso hanno reso mediamente +2–3% l’anno con bassa volatilità.

  • 2021–2022: inflazione sopra il 7–8% e rialzo rapido dei tassi → gli stessi strumenti hanno perso tra –10% e –17%, sorprendendo molti investitori “prudenti”.

  • 2023–2024: crescita concentrata e forte divergenza settoriale → ETF e certificati legati alla tecnologia USA hanno beneficiato di rialzi cumulati superiori al +40%, mentre molte strategie diversificate sono rimaste indietro.


Un certificato costruito in un contesto di bassa volatilità e tassi stabili può funzionare bene. Lo stesso certificato, acquistato quando la volatilità implicita sale e il ciclo peggiora, diventa improvvisamente fragile.


Il punto è semplice: non si investe nel nome, si investe nel mercato...che è dinamico.


3. Diversificazione: non quanti strumenti, ma quali rischi


Uno degli errori più comuni è confondere la varietà degli strumenti con la diversificazione reale.


Un portafoglio con:


  • due ETF azionari

  • un PAC mensile

  • tre certificati su indici


può sembrare articolato, ma in realtà dipende da un solo fattore: l’andamento dell’azionario globale.


La vera diversificazione non è avere nomi diversi, ma ruoli diversi:


  • Azioni: crescita economica e utili

  • Obbligazioni: stabilità nei rallentamenti

  • Materie prime: copertura in contesti inflazionistici

  • Oro: protezione nei periodi di stress

  • Valute: correlazioni e diversificazione

  • Liquidità: riduzione del rischio decisionale


Un certificato può essere uno strumento utile se inserito come componente di reddito o di protezione parziale, non come sostituto inconsapevole dell’azionario. Allo stesso modo, un PAC funziona solo se il sottostante è coerente con il contesto e con il resto del portafoglio.


Nel 2022, portafogli costruiti per ruoli hanno limitato di molto le perdite, mentre portafogli concentrati su azioni o obbligazioni hanno registrato drawdown superiori a –18 / –22%.


La verità che pochi spiegano all’investitore inesperto


Il risultato di un investimento non nasce dal nome del prodotto, ma da tre domande fondamentali:


1️⃣ Qual è il sottostante reale che sto comprando? (indice, settore, titolo, rischio implicito)

2️⃣ In che contesto di mercato lo sto acquistando? (inflazione, tassi, ciclo economico, volatilità)

3️⃣ Quali altri strumenti ho per bilanciare questo rischio? (diversificazione funzionale, non estetica)


Un ETF, un PAC o un certificato possono essere strumenti validi o pessimi a seconda delle risposte a queste tre domande.


Conclusione


Il nome di uno strumento può rassicurare, ma non protegge. La protezione nasce dalla comprensione del sottostante, del contesto e della struttura complessiva del portafoglio.

Un investitore che parte da questi tre pilastri non cerca il prodotto “migliore”. Costruisce una strategia coerente e la mantiene finché il contesto regge.

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