Hiroshima, Nagasaki e la finanza del dopoguerra: la risposta dei mercati
- 18 ott 2025
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Quando si pensa ai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, l’immaginazione corre subito alla tragedia umana e alla svolta geopolitica che sancì la fine della Seconda Guerra Mondiale. Ma anche i mercati finanziari furono toccati, seppur in modi molto diversi tra Stati Uniti e Giappone.
🇺🇸 Wall Street: l’attesa della pace diventa rally
Dopo Hiroshima (6 agosto 1945) e Nagasaki (9 agosto), l’aspettativa immediata degli investitori era che la guerra nel Pacifico fosse ormai al capolinea. Il mercato azionario americano reagì con entusiasmo:
L’8 agosto 1945 il Dow Jones guadagnò circa +1,6%, sostenuto dall’idea che il Giappone fosse vicino alla resa.
Anche il 9 agosto, mentre su Nagasaki si abbatteva la seconda bomba, il Dow chiuse ancora in rialzo, toccando quota 164,55 punti.
Nei giorni successivi, fino al V-J Day del 15 agosto 1945, il clima rimase positivo: la fine della guerra significava riconversione industriale, consumi interni in espansione e l’avvio di quello che sarebbe poi diventato il boom economico americano.
Il mercato stava già scontando il “nuovo ciclo”: dal minimo di 93 punti toccato nel 1942, il Dow Jones era ormai salito di oltre +20% nel triennio successivo, anticipando la nuova fase di crescita postbellica.
🇯🇵 Tokyo: mercati chiusi, economia al collasso
In Giappone la situazione era completamente diversa. La Borsa di Tokyo era stata chiusa dal 1944 per ordine del governo imperiale. Con l’economia ormai piegata e il sistema finanziario sotto controllo militare, non esisteva più un vero mercato azionario funzionante.
Dopo la resa del Giappone e l’occupazione alleata, la Borsa non riaprì subito: ci vollero riforme profonde e una ristrutturazione del sistema finanziario. Solo nel 1949 il mercato azionario giapponese tornò operativo. All’apertura, i prezzi riflettevano un Paese devastato, ma nel decennio successivo iniziò una lunga risalita, preludio al cosiddetto “miracolo economico giapponese” degli anni ’50 e ’60.
🌍 L’economia mondiale in bilico (1945–1946)
I bombardamenti atomici furono anche il preludio a un cambio radicale nei mercati globali.
In Europa, le Borse erano devastate da anni di chiusure e iperinflazione bellica. Londra tornò a funzionare con volumi ridotti e prezzi compressi, molto distanti dai livelli pre-bellici.
Le materie prime, che per tutta la guerra erano state calmierate o razionate, iniziarono a muoversi al rialzo. Nel 1946, la domanda per la ricostruzione spinse in alto le quotazioni agricole, mentre l’inflazione americana toccò un picco del +18% in un solo anno, erodendo i rendimenti reali delle obbligazioni.
L’oro restava fissato a 35 dollari l’oncia, ma dietro quella stabilità apparente si nascondeva un fatto cruciale: gli Stati Uniti stavano accumulando circa i due terzi delle riserve mondiali. Quel tesoro servì come base per il sistema di Bretton Woods, già concordato nel 1944 e operativo dal 1946, che sancì il dollaro come valuta di riferimento globale.
In questa cornice, la divergenza tra Wall Street e Tokyo diventa più chiara: la prima stava già cavalcando l’idea di una crescita postbellica e di un nuovo ordine economico internazionale, la seconda era rimasta schiacciata tra macerie fisiche e istituzionali.
Wall Street sempre aperta
La Borsa di New York (NYSE) non chiuse mai durante la Seconda Guerra Mondiale, neppure nei giorni immediatamente successivi a Pearl Harbor (dicembre 1941) né dopo Hiroshima e Nagasaki (agosto 1945).
Al massimo ci furono:
riduzioni di orario per via del razionamento dell’energia elettrica e delle esigenze belliche;
giornate di forte volatilità, come il 7 dicembre 1941 con l’attacco a Pearl Harbor, quando il Dow perse circa –3%.
Ma la chiusura totale non avvenne mai, a differenza di altri mercati in Europa e in Asia che sospesero le contrattazioni a causa dei bombardamenti o dell’occupazione militare.
In pratica, Wall Street restò sempre aperta anche come segnale politico: dimostrare che l’economia americana continuava a funzionare nonostante la guerra.

