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Mercati ancora ostaggio di Hormuz: il rimbalzo rallenta, la fragilità resta

  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 4 min

Dopo il sollievo visto a metà settimana, le sedute di giovedì 9 e venerdì 10 aprile 2026 hanno ricordato agli investitori che il problema non è affatto risolto. I mercati hanno provato a mantenere il tono positivo, ma con meno convinzione: ieri a Wall Street il Dow Jones ha chiuso a +0,58%, lo S&P 500 a +0,62% e il Nasdaq a +0,83%, mentre oggi il quadro è tornato più incerto, con Dow -0,56%, S&P 500 -0,11% e Nasdaq +0,35%. In Europa il movimento è stato più contenuto: lo STOXX 600 ha chiuso oggi a +0,4%, abbastanza per salvare la settimana, ma non per parlare di ritorno alla normalità.


Il motivo è che il vero barometro dei mercati resta sempre lo stesso: lo Stretto di Hormuz. Nelle ultime ore l’Iran ha di fatto ristretto di nuovo il passaggio, sostenendo di reagire all’escalation sul fronte libanese dopo i raid israeliani. Reuters scrive che nelle ultime 24 ore solo una grande nave non iraniana è riuscita a uscire dal Golfo attraverso lo stretto, contro una media normale di circa 140 transiti al giorno. Teheran, inoltre, ha avanzato l’idea di imporre un pedaggio alle navi in transito, ipotesi subito respinta dagli Stati Uniti e criticata anche dagli organismi marittimi internazionali. Per il mercato il messaggio è chiarissimo: anche se il petrolio non corre più come nei giorni peggiori, la principale arteria energetica mondiale resta ancora politicamente ricattabile.


In questo contesto, Washington resta sull’attenti e guarda soprattutto ai colloqui di Islamabad, che nel weekend dovrebbero rappresentare il primo vero test diplomatico dopo la tregua annunciata nei giorni scorsi. Il vicepresidente americano JD Vance guida la delegazione statunitense, mentre l’Iran si presenta al tavolo alzando già il prezzo politico del negoziato: sblocco di fondi congelati, garanzie sulla sicurezza regionale e, soprattutto, una richiesta implicita di cessazione delle ostilità anche in Libano. Proprio qui si apre la contraddizione più grande di queste ore: da un lato Israele ha dichiarato di voler avviare negoziati di pace con Beirut “il prima possibile”, dall’altro i raid continuano e il Libano insiste sul fatto che prima serva una vera tregua. In pratica, la diplomazia avanza, ma ancora sotto le bombe.


I mercati, infatti, non stanno prezzando una pace, ma una tregua molto fragile. Il petrolio oggi ha chiuso in calo, con il Brent a 95,20 dollari e il WTI a 96,57 dollari, ma il dato più importante è un altro: su base settimanale il Brent ha perso il 12,7% e il WTI il 13,4%, cioè il mercato ha sì tolto una parte del premio per il rischio estremo, ma senza cancellarlo del tutto. Reuters sottolinea che le interruzioni produttive in Medio Oriente sono ancora enormi: 7,5 milioni di barili al giorno fermati in marzo e fino a 9,1 milioni attesi in aprile. Questo significa che il rimbalzo delle Borse non nasce da una vera ricostruzione della fiducia, ma solo dal fatto che gli operatori non vedono, per ora, uno scenario ancora peggiore.


Nel frattempo, l’Europa ha ricevuto segnali macroeconomici deboli proprio mentre il rischio energetico resta alto. In Germania, la produzione industriale di febbraio è scesa dello 0,3% su base mensile, contro attese di +0,7%, mentre nel confronto trimestrale dicembre-febbraio il calo è stato dello 0,4%. In Italia, il dato è stato solo leggermente positivo ma comunque sotto attese: +0,1% mensile contro un consenso attorno a +0,5%, con anche qui un -0,4% nel trimestre dicembre-febbraio. Sono numeri importanti perché raccontano un’industria europea già fiacca prima ancora che lo shock energetico si trasferisca del tutto sui costi di produzione, sui trasporti e sui consumi. In altre parole: se l’energia torna a pesare davvero, Berlino e Roma partono già da una base fragile.


Il Paese che rende più visibile la vulnerabilità asiatica è invece il Giappone. Tokyo ha annunciato un nuovo rilascio di riserve strategiche pari a 20 giorni di consumi, dopo aver già messo sul mercato scorte per 50 giorni il mese scorso. Il dato chiave è che il Giappone dipende dal Medio Oriente per circa il 95% del suo petrolio, e quindi ogni rallentamento a Hormuz ha un effetto quasi immediato. Reuters segnala che il governo giapponese punta a spostare oltre metà delle importazioni su rotte alternative già da maggio, ma intanto i prezzi all’import in yen sono saliti del 7,9% e quelli all’ingrosso del 2,6%. È il classico esempio di economia avanzata che non entra in crisi per mancanza fisica immediata di petrolio, ma per il costo crescente della sua insicurezza energetica.


Negli Stati Uniti, però, il segnale più pesante di oggi è arrivato dal consumatore. A marzo l’indice dei prezzi al consumo è salito dello 0,9% sul mese e del 3,3% sull’anno, con la benzina a +21,2% e il diesel a +30,8%. Il dato “core” è rimasto più contenuto, al 2,6% annuo, ma per i mercati conta molto di più la percezione delle famiglie: l’indice preliminare di fiducia dell’Università del Michigan è crollato a 47,6 da 53,3, minimo storico della serie. È qui che il quadro si complica davvero: se l’energia alimenta l’inflazione mentre l’umore dei consumatori collassa, la Federal Reserve si ritrova con meno spazio per tagliare i tassi e il mercato azionario perde uno dei suoi principali sostegni.


Il punto finale è che tra il 9 e il 10 aprile i mercati non hanno cambiato idea sul rischio: hanno solo smesso di inseguire il peggio assoluto. Hormuz resta mezzo chiuso, l’Iran tratta ma alza le richieste, Israele apre ai negoziati con il Libano ma continua a colpire, l’industria europea rallenta, il Giappone difende le scorte e il consumatore americano si spaventa. Per questo il segnale di queste due sedute non è un nuovo ciclo rialzista, ma qualcosa di molto più sobrio: i mercati respirano ancora, sì, ma restano appesi a una tregua che nessuno considera davvero solida.

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