Inflazione, AI e petrolio: i mercati riscoprono il costo del capitale
Tra mercoledì 14 e venerdì 16 ottobre i mercati finanziari hanno ricevuto un promemoria piuttosto netto: l’era del capitale costoso potrebbe durare più a lungo del previsto. Inflazione americana, tensioni energetiche e dubbi sulla sostenibilità finanziaria del boom dell’intelligenza artificiale si sono intrecciati, generando vendite sull’azionario tecnologico e una nuova revisione delle aspettative sui tassi d’interesse.
Il quadro è diventato ancora più complesso con il ritorno del rischio geopolitico sul petrolio e con una Cina capace di mostrare numeri commerciali straordinariamente forti, mentre in Europa il Fondo Monetario Internazionale ha indicato la necessità di un’ulteriore stretta monetaria.
L’inflazione americana torna al centro
Il principale shock macroeconomico è arrivato dagli Stati Uniti. A settembre l’indice dei prezzi al consumo è cresciuto dello 0,6% mensile, portando l’inflazione annua al 3,7%. Anche la componente core, depurata da cibo ed energia, è salita al 2,6%, segnalando che il problema non è più riconducibile soltanto al petrolio.
L’energia resta comunque il primo elemento di trasmissione dello shock: il forte rincaro dei carburanti sta progressivamente raggiungendo trasporti, beni e servizi. Il dato sui prezzi alla produzione pubblicato il giorno successivo ha rafforzato questa lettura: il PPI è balzato dell’1,3% in un solo mese e del 6,3% su base annua, l’aumento più rapido degli ultimi anni. Anche servizi, trasporto merci, tariffe aeree e margini della distribuzione hanno mostrato pressioni significative.
Per la Federal Reserve la combinazione è particolarmente scomoda. Subito dopo il dato CPI, il mercato ha portato la probabilità implicita di un rialzo già nella riunione di ottobre al 37%, dal 22% precedente. Con il passare delle ore lo scenario di una stretta immediata si è ridimensionato, ma un nuovo intervento entro dicembre è diventato molto più credibile.
Consumatori forti, ma non quanto sembra
A complicare ulteriormente il lavoro della Fed sono arrivati i dati sui consumi. Le vendite al dettaglio americane sono aumentate dello 0,8%, molto più delle attese, dando inizialmente l’immagine di una domanda ancora estremamente resistente.
Il dato aggregato, tuttavia, nasconde una dinamica meno brillante. Una parte importante dell’aumento è dovuta semplicemente ai maggiori prezzi dei carburanti, mentre le vendite “core”, più rappresentative della domanda reale utilizzata nel calcolo del PIL, sono salite appena dello 0,1%. L’economia americana continua quindi a crescere, ma una quota crescente della spesa nominale deriva dall’inflazione anziché da maggiori volumi.
L’industria mantiene comunque elementi di forza. La produzione manifatturiera è aumentata dello 0,3% a settembre e il boom degli investimenti nell’intelligenza artificiale continua ad alimentare direttamente la domanda industriale: nel terzo trimestre la produzione di semiconduttori e componenti elettronici collegati è cresciuta del 28,4%.
Wall Street scopre il lato fragile dell’AI
Proprio questa apparente contraddizione ha caratterizzato l’azionario. L’economia reale continua a beneficiare degli investimenti tecnologici, ma il mercato ha iniziato a interrogarsi sul loro costo finanziario.
Dopo il CPI, l’S&P 500 ha perso l’1,11% e il Nasdaq l’1,88%, con le vendite concentrate sui titoli tecnologici e sulle società più esposte alla costruzione di infrastrutture per l’AI.
Il problema non è improvvisamente diventato la domanda di intelligenza artificiale, che resta molto elevata, ma il prezzo necessario per finanziarne l’espansione. Data center, server, chip e reti energetiche richiedono quantità enormi di capitale: se i tassi restano elevati più a lungo, i progetti fortemente indebitati diventano inevitabilmente più vulnerabili.
Venerdì il Philadelphia Semiconductor Index ha completato l’ottava seduta consecutiva in calo, mentre l’intero settore dei chip risultava ormai in correzione significativa rispetto ai massimi. Il sell-off ha coinvolto anche società con fondamentali solidi, segnale che il mercato stava riducendo l’esposizione all’intero tema piuttosto che selezionando singoli vincitori e perdenti.
In questo contesto anche i Treasury hanno ritrovato la loro funzione difensiva. Nonostante dati inflazionistici teoricamente negativi per le obbligazioni, la riduzione del rischio nei portafogli ha generato acquisti sui titoli governativi americani e una discesa dei rendimenti. Il mercato ha quindi temporaneamente privilegiato la protezione dal rischio azionario rispetto al timore di ulteriori rialzi della Fed.
Petrolio e geopolitica riaccendono il rischio inflazione
A monte di buona parte delle pressioni sui prezzi resta il petrolio. Le tensioni in Medio Oriente, gli attacchi degli Houthi e i rischi sulle infrastrutture saudite hanno riportato al centro la sicurezza delle forniture globali.
Venerdì il Brent è arrivato vicino a 110 dollari al barile, sostenuto dal timore che un’ulteriore escalation possa colpire rotte commerciali e produzione regionale.
A questo si è aggiunto il fronte russo-ucraino. Kyiv ha ripreso gli attacchi contro le infrastrutture energetiche russe, colpendo la raffineria Rosneft di Ryazan, un impianto che rappresenta quasi il 5% della raffinazione russa. La decisione ha di fatto interrotto la breve tregua sulle infrastrutture energetiche e ha ricordato al mercato quanto il rischio geopolitico sia distribuito contemporaneamente su più aree produttive.
Il petrolio diventa così l’elemento che collega geopolitica, inflazione e politica monetaria: più a lungo rimarranno elevati i prezzi energetici, più difficile sarà per le banche centrali dichiarare conclusa la battaglia contro l’inflazione.
La Cina corre sull’export, l’Europa pensa ai tassi
In Asia, la Cina ha offerto un segnale diametralmente opposto rispetto alla debole domanda interna. Le esportazioni di settembre sono cresciute del 36,3% su base annua, sostenute in particolare da tecnologia, semiconduttori e settore automobilistico. Il surplus commerciale mensile ha raggiunto circa 134 miliardi di dollari, mantenendo il Paese sulla traiettoria per superare nuovamente il trilione di dollari nell’intero anno.
La forza dell’industria cinese rappresenta però anche un potenziale nuovo terreno di scontro commerciale con Stati Uniti ed Europa, soprattutto nei comparti tecnologici e automotive.
In Europa, invece, l’attenzione resta concentrata sull’inflazione. Il Fondo Monetario Internazionale ritiene necessario almeno un altro aumento dei tassi BCE di 25 punti base entro fine anno, dopo le strette già effettuate nei mesi precedenti.
Il nuovo equilibrio dei mercati
Il messaggio emerso da queste tre sedute è quindi più ampio del semplice ribasso del Nasdaq. L’economia globale continua a mostrare aree di grande forza, dall’AI all’export cinese, ma deve finanziare questa espansione in un contesto di energia cara, inflazione resistente e tassi strutturalmente più elevati.
Il mercato non sta mettendo in discussione la trasformazione tecnologica in corso. Sta iniziando, però, a chiedersi quale sarà il rendimento necessario per finanziarla. Ed è proprio il costo del capitale, più che la crescita in sé, a essere tornato rapidamente al centro delle valutazioni.